Info tratte da
La Chanson de Roland è uno dei maggiori poemi epici della
letteratura europea: appartiene al genere delle chansons de gest,
opere poetiche di carattere schiettamente popolare che narrano, in
chiave leggendaria, le impese, ovvero le gesta, dei più famosi
cavalieri medioevali.
Fa parte del cosiddetto "Ciclo Carolingio", cioè del complesso di
chansons dedicate alle imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini.
Roland, da cui prende il nome, e che in Italia si trasformò in
Orlando, era il più valoroso di essi.
Non sappiamo quando sia stata creata, se non approssimativamente,
tra la fine del X secolo e l'inizio del XII e il nome dell'autore è
incerto, anche se nell'ultimo verso del poema vi è nominato un
certo Turoldus, ma che potrebbe essere il trascrittore, non l'autore.
La Chanson de Roland è il primo esempio finora conosciuto di
1
un'opera letteraria in lingua d'oil, una delle lingue neolatine da cui
deriva il francese moderno.
Oggi è considerata un'opera poetica, ma quando fu scritta la
Chanson veniva cantata, o meglio, recitata cantando dai giullari che
si spostavano di città in città.
Il pubblico al quale si rivolgeva l'autore della Chanson non chiedeva
raffinate elaborazioni poetiche, né introspezione psicologica ma
chiedeva qualcosa che tenesse desta l'attenzione, e voleva essere
trasportato in un'atmosfera eroica, che però sembrasse vera.
I 4000 versi della Chanson non sono legati da rima, ma solo da
assonanza, per evitare che l'autore sia costretto a complicazioni
verbali per stare in rima e possa usare parole semplici.
Il linguaggio è spesso "parlato", spesso ignora le regole della sintassi,
dando immediatezza e vivacità:
"L'imperatore se ne stette a capo chino.
Nel suo parlare non era affatto precipitoso;
suo costume è di parlare con calma.
Quando si raddrizza, fierissimo aveva il viso."
Passato remoto, imperfetto, presente, ancora presente, di nuovo
imperfetto.
Ma proprio per questo che queste frasi sono così incisive.
I personaggi della Chanson sono personificazione di vizi e virtù.
In Sicilia, dove è ancora viva la passione per l'epopea cristiana,
questi personaggi sono rappresentati dai famosi pupi.
LA TRAMA
Carlo Magno, il re cristiano, ha strappato al dominio degli infedeli
quasi tutta la Spagna; resta solo Saragozza, sulla quale regna il
perfido re saraceno Marsilio.
Sapendo di non poter resistere alle armi cristiane, induce Carlo a
tornare in Francia, proponendogli un ingannevole patto di pace: e
trova alleato in messer Gano, un nobile francese animato da fiera
inimicizia verso il paladino Rolando. (1)
Gano, infatti, riesce a convincere Carlo della buona fede del suo
2
nemico e lo induce a partire, lasciando come retroguardia
solamente 20000 uomini comandati da Rolando.
Marsilio, allora, con tutto il suo esercito, attacca con grande
violenza la retroguardia guidata da Rolando.
Malgrado lo straordinario valore di quei prodi, la battaglia si
conclude col loro annientamento.
Anche Rolando muore: non per i colpi ricevuti, ma per lo sforzo
disumano con cui ha soffiato nel suo corno per richiamare indietro
il grosso dell'esercito cristiano.
Il suo disperato appello di aiuto viene raccolto quando la strage,
purtroppo, è ormai compiuta; e il buon re Carlo non può fare altro
che piangere la sorte del suo vassallo più valoroso.
La morte di Rolando, però, non resta invendicata.
Ripresa la guerra, Carlo infligge una terribile disfatta agli infedeli;
poi, accertato il tradimento del fellone Gano, lo mette a morte.
(1) "Quando Rolando vede che la battaglia ci sarà, più si fa fiero di
leone e leopardo"
La "Chanson de Roland" narra la "gloriosa sconfitta" dei paladini
cristiani.
Potremo così comprendere come Turoldus (o comunque si sia
chiamato l'autore) abbia saputo esprimere i motivi fondamentali
della sua ispirazione e quale sia il valore poetico della sua opera.
Nella "Chanson de Roland" quasi tutti i pagani vengono definiti "di
male arti, felloni, traditori frodolenti" in piena coerenza con la
concezione dei poemi epici popolari (il Bene è tutto dalla parte dei
cristiani, il Male "dalla parte degli altri")
Alcuni guerrieri infedeli, tuttavia, vengono presentati in luce
lusinghiera:
"Grandonio era e prode e bravo
e gagliardo e guerriero pugnace"
"Margarito è assai valoroso cavaliere
e bello e forte e veloce e leggero...
Per sua beltà le dame gli sono amiche;
nessuna lo vede che verso di lui
3
non si illumini: quando ella lo vede
non può trattenersi dal sorridere.
Non c'è pagano di altrettale bravura cavalleresca"
Ma l'Autore, pur non escludendo che un guerriero pagano possa
essere dotato delle stesse qualità umane del cavaliere cristano, ma
non hanno alcun valore se non sono illuminate dalla Fede:
"Un emiro c'è, di Balaguez,
corpo ha ben fatto e il viso fiero e chiaro.
Dopo ch'egli è sul suo cavallo montato,
assai si mostra fiero con le sue armature indosso;
per valore egli è ben lodato;
fosse cristiano, sarebbe un perfetto barone."
Per l'autore della Chanson i cristiani sono "nel giusto" e non
potrebbe essere diversamente, visto che la Chanson de Roland è
stata scritta nell'atmosfera di grande esaltazione cavalleresca e
religiosa delle prime crociate.
Per i concetti e gli ideali che esprime, la Chanson è un poema
interprete del suo tempo:
Disse Olivieri "Via, avanzate con quanta forza voi potete!
Signori baroni, in campo tenetevi saldi!
In nome di Dio vi prego, ben siate attenti
a picchiar colpi, a riceverne e a darne!
Il grido di guerra di Carlo qui non dobbiamo obliare!"
"A queste parole hanno i Francesi levato il grido.
Chi allora avesse udito: Mongioia! urlare
di spirito guerriero potrebbe avere un ricordo.
E poi avanzano: Dio! con che fierezza!
Spronan con impeto per andare al più presto
e vanno a menar colpi; che potrebbero far essi d'altro?"
In questi versi c'è tutta la solennità di un'ora fatale e gloriosa.
La lotta sarà terribile: i prodi vanno alla morte, ma l'affrontano per
la loro Fede ("In nome di Dio") e ci appaiono in tutto lo splendore e
l'orgoglio dei vittoriosi.
4
La morte di Rolando, rimasto solo dopo che tutti i suoi compagni
sono caduti sul campo, costituisce il culmine della narrazione.
I versi più belli sono quelli che descrivono i dolorosi tentativi di
Rolando per spezzare la sua indistruttibile spada Durindarda:
"Sente Rolando che la vista ha perduto;
si drizza in piedi; quant'egli può si sforza;
nel suo viso il suo colore ha perduto.
Dinanzi a lui c'è una pietra bigia:
dieci colpi vi dà con dolore e amarezza;
stride l'acciaio; non si rompe né intacca.
Oh, disse il conte, Santa Maria aiuto!
Oh, Durindarda, brava, così sventurata foste!
Or ch'io finisco, di voi non posso più curarmi.
Tante battaglie in campo con voi ho vinto
e tante terre vaste sottomesso,
che Carlo regge, che la barba ha canuta!
Non v'abbia uomo che per altro fugga!
Assai buon guerriero vi ha lungo tempo tenuta;
mai ci sarà l'uguale in Francia, la santa.
Rolando batté sul pietrone di sarda;
stride l'acciaio; non si rompe né intacca.
Quand'egli vide che non ne poteva
spezzar briciola,
dentro di sé la comincia a compiangere:
oh, Durindarda, come sei e chiara e tersa!
sotto il sole così riluci e fiammeggi!
Carlo si trovava nelle valli di Moriana
quando Dio dal cielo l'avvisò col suo angelo
ch'egli ti desse a un conte capitano;
allor me la cine il nobile re, il magno.
Per questa spada ho dolore e pena:
piuttosto voglio morir che essa tra
pagani resti.
Dio padre, non lasciate vituperar la Francia!
Rolando batté su una pietra bigia;
più ne distacca che io non vi so dire;
la spada stride, non si frantuma né si rompe;
5
verso il cielo in alto è rimbalzata"
Tra il paladino e la sua arma il poeta stabilisce un rapporto quasi tra
persone: Durindarda è una presenza viva, in cui Rolando vede
rappresentato tutto ciò che lo ha sostenuto nella vita: la fede
incrollabile, il legame di fedeltà verso l'imperatore, la coscienza
profonda del suo destino e della sua forza.
APPROFONDIMENTO: IL MITO DEGLI EROI NEL CICLO
CAROLINGIO
Un pdf che solo Lunaria può pensare di fare!
Ecco qui un commento, con i passaggi più belli, della "Chanson de
Roland", un poema che fa molto UnBlack Metal!
6
Per cui gustatevelo con sottofondo di Christageddon!
7
Info tratte da
8
La grande diffusione dei miti cavallereschi dell'Europa cristiana
coincide con l'epoca delle Crociate. La più antica chanson de geste
di cui ci è giunta redazione letteraria sui codici manoscritti risale al
secolo XI, mentre le figure che vi sono cantate risalgono al secolo
VIII.
Questi testi potrebbero essere la coagulazione di una precedente
tradizione orale, di canzoni cantate e non scritte, affidate all'estro
dei giullari. Un'altra ipotesi sostiene che La Chanson de Roland
costituì un punto di partenza di un genere letterario di grande
successo. La cultura romantica che rivalutò i testi, però, era
convinta che l'epopea dei paladini di Carlo derivasse da un tessuto
di canti popolari solo successivamente unificati da un poeta colto, in
età più tarda.
è evidente però che questo tipo di poesia rifletteva un gusto
dell'epoca, che vedeva la chiesa cattolica e la cavalleria francese
impegnate nel grande duello tra la fede del vero Dio e la falsa
religione di maometto.
Il ciclo carolingio si compone di un certo numero di componimenti
(80) che esaltano il Sacro Romano Impero di Carlo nella sua
funzione precipua di custode della fede cattolica e di garante della
9
pace cristiana.
Tutto il mito eroico di Carlo e dei suoi conti paladini fa perno sul
conflitto con gli arabi, uno scontro tra la Croce e la Mezzaluna.
L'idea della prima crociata nacque intorno al 1080 in Francia e si
sviluppò successivamente nei due secoli in cui si susseguirono le
spedizioni cavalleresche.
La canzone del paladino Orlando canta una vicenda che si svolge in
pochissimo tempo, al culmine di una grande e storica impresa. Nella
Canzone di Orlando, l'agguato saraceno, il combattimento, la morte
dell'eroe e la vendetta di Carlo si collocano al settimo ed ultimo
anno della guerra di Spagna.
Già nella prima lassa (così sono chiamate le strofe della Canzone,
per un totale di 4002 versi) il poeta narra che per sette anni
l'imperatore Carlo Magno, difensore della vera fede cristiana, era
rimasto lontano dalla "dolce Francia", al di là dei Pirenei, a
combattere contro gli arabi.
"Non v'è castel che contro lui rimanga
città né muro che non giaccia infranto,
fuor Saragozza ch'è su una montagna"
Solo nella città di Saragozza, che si eleva su montagne pressoché
inaccessibili, continua la resistenza degli Arabi. Li guida re Marsilio,
un personaggio leggendario, non storico, che colpisce la fantasia del
poeta per la sua ferocia tirannica.
è così che il poeta descrive Carlo:
"Sotto un pino, di rose accanto a un cespo
tutto d'oro massiccio un trono v'era:
là siede il re che dolce Francia tiene.
Bianca ha la barba e fiorita la testa,
nobile il corpo e il portamento fiero,
non occorre insegnarlo a chi ne chiede"
Vale la pena descrivere qualche evento.
Il tradimento di Gano
10
Il re Marsilio cerca di corrompere Gano, mandato come
ambasciatore designato da Orlando, per tradire Carlo. Gano non
tradirà l'imperatore, del quale tesse un elogio appassionato.
Tuttavia, è disposto e desideroso di tradire Orlando, suo figliastro,
per il quale nutre un sentimento di rancore e di astio in seguito ad
un alterco, durante il quale Orlando l'ha designato come messo e lo
ha fatto sfigurare come vile al suo tentennamento nell'accettare la
missione. E caduto Orlando mancherà all'imperatore il più forte dei
suoi campioni.
"Spetta a voi", dice Gano al re saraceno, "mandare nelle gole delle
montagne un forte esercito che aggredisca Orlando e distrugga la
retroguardia di Carlo."
Una volta morti Orlando ed Oliviero l'imperatore non penserà più
assolutamente a far guerra. Marsilio vuole ed ottiene da Gano un
giuramento esplicito che questi pronuncia con sacrileghe parole:
"Giuro sulle reliquie racchiuse nel pomo della mia spada Murgleis".
Siglato il patto, Marsilio consegna a Gano ricchi doni e lo autorizza
a rientrare nel campo cristiano.
Tornato a corte, Gano riferisce i risultati della missione. Quando
Carlo pone la domanda "Sceglietevi voi chi sarà nella retroguarda",
Gano subito risponde "Orlando". L'imperatore reagisce rispondendo
"Voi siete un demonio vivo, nel corpo vi è entrata una furia mortale"
ma non sospetta un tradimento. Orlando, comunque, accetta
l'impresa senza esitazione alcuna. Una volta assunto il comando
della retroguardia, Orlando sembra non volere rendersi conto del
pericolo: la sua fierezza è tale che rifiuta ogni consiglio di cautela,
ogni offerta di aiuto.
è così che inizia la celebra narrazione della rotta di Roncisvalle.
L'esercito di Carlo è in marcia tra gli alti poggi pirenaici, le valli
tenebrose, le rocce bigie, le terribili strettoie. Ignorano che 400mila
guerrieri saraceni si vanno raccogliendo sulle montagne nascosti nel
folto di una foresta in pieno assetto di guerra, per uccidere Orlando.
Oliviero vede dall'alto di una collina l'armata degli infedeli che
avanzano: il sospetto di tradimento diventa realtà, ma Orlando
ancora non crede ai fatti. Oliviero gli consiglia di suonare subito il
corno Olifante in modo che l'allarme possa essere tempestivamente
avvertito da Carlo, che sarebbe ancora in tempo a salvare la
11
retroguardia. Ma Orlando rifiuta nettamente. Tre volte Oliviero
ripete il consiglio, tre volte Orlando lo respinge: tanta è la forza
nell'ideale cavalleresco che Orlando rifiuta di prendere in
considerazione un partito dettato da saggia prudenza e non certo
dallo scarso coraggio.
E cavalcando su Vegliantino, Orlando avanza superbo come un
leone: il poeta lo descrive bellissimo e fiero, col volto sorridente per
rincorare i compagni.
Il primo scontro è tra Orlando e il nipote di re Marsilio. Costui
schernisce i cristiani informandoli del tradimento di Gano e
minacciandoli di sterminio totale: "Vi tradì chi vi doveva custodire
ed è folle il sovrano che vi lasciò alle gole. Oggi Carlo perderà il suo
braccio destro"
Ma è il saraceno a perdere la vita per un colpo irresistibile infertogli
da Orlando.
Intanto, giunge il grosso dell'armata maggiore dei Saraceni guidati
da Marsilio. Solo davanti all'incommensurabile marea di nemici
lanciati all'attacco, Orlando ammette che c'è stato tradimento, ma
l'unica sua preoccupazione e l'unica esortazione che rivolge ai
compagni è che sappiano morire in modo degno di un cavaliere: la
battaglia diventa "prodigiosa e orrenda"; i cavalieri cadono l'uno
dopo l'altro: "Moriamo combattendo. Pensare che fra breve il
Paradiso vi accoglierà"
Ma come Orlando vede ammucchiarsi i corpi di tanti fedeli valorosi,
è preso da rimorso e rimpianto: ora vorrebbe che Carlo sapesse, che
accorresse in loro aiuto, ma ormai è troppo tardi: sono rimasti solo
sessanta paladini che ancora combattono contro gli infedeli con la
forza di leoni.
Ora che Orlando vorrebbe suonare il corno, l'amico Oliviero pare
risentito per reazione al primo rifiuto di Orlando e gli risponde:
"D'altraparte preferisco la morte che il rimprovero di non aver
saputo combattere fino in fondo"
Ma Orlando non può più attendere: troppo gli pesa l'errore
commesso. Il suo orgoglio di guerriero invitto gli fece rifiutare la
proposta di Oliviero quando sarebbe stata tempestiva ed ora la
morte incombe su di lui ed è già piombata sui suoi compagni.
"Io suonerò il corno", dice, "ma nella migliore delle ipotesi, i Franchi
torneranno, ahimè, a seppellire i morti, non certo a porgere aiuto."
Ma Oliviero lo contesta, rinfacciandogli che:
12
"Vergogna sarìa grande,
e rimprovero ai vostri tutti quanti,
per sempre durerebbe un'onta tale.
Quand'io vel dissi, non voleste farlo.
S'ora lo fate, non voglio approvarlo.
Se voi suonate, il suono sarà fiacco:
già i bracci avete entrambi insanguinati"
e mostra tutto il risentimento:
"è colpa vostra, amico,
ché senno in guerra aver non è follia
e più misura val che stolto ardire.
Sono per vostro capriccio i Franchi uccisi,
mai più re Carlo avrà da noi servizio.
Ma se ascoltato aveste il mio consiglio,
tornato a noi sarebbe ora il mio sire.
Questa battaglia l'avremmo noi vinta
e preso o morto sarebbe Marsilio.
Il valor vostro mal da noi fu visto [...]
Voi morrete e sarà Francia avvilita,
si sfascia oggi la fida compagnia,
pria del vespro avverrà la dipartita."
Orlando suona il corno, con tutta la forza che gli resta: lo suona con
tale fatica e tale affanno che dalla bocca gli schizza vivo sangue e le
tempie gli si spezzano. Il suono si ode a trenta miglia e Carlo, che se
ne andava angustiato tra tristi sogni e presagi, lo ascolta.
Al fianco di Carlo cavalca Gano, che dissuade l'imperatore dall'idea
di tornare indietro.
Ma il vecchio Namo si persuade che il suono è una richiesta di aiuto
e formula un'accusa contro Gano:
"Battaglia i nostri hanno colà in mia fede
e tradito ha costui che or finge cerca.
[...] Ben sentite che Orlando si dispera"
13
L'imperatore si decide. Ordina l'inversione di marcia e ordina che
Gano sia catturato.
L'armata franca sprona al galoppo, ma ormai giunge invano perché a
Roncisvalle si consuma l'ultimo atto della tragedia.
Orlando ancora combatte: riesce a mozzare la mano destra a
Marsilio e lo costringe alla fuga. Intanto, l'armata musulmana sente
le trombe dell'esercito di Carlo che galoppa al soccorso. Hanno
ormai davanti solo quattro paladini, e tuttavia serpeggia tra di loro
la paura dell'imminente vendetta di Carlo. Intanto, Oliviero è
colpito a tradimento dal califfo Marganice; tuttavia riesce ancora a
combattere, facendo strage di saraceni. E tuttavia, ormai cieco,
colpisce anche Orlando, che gli si è avvicinato per soccorrerlo e
consolarlo.
La scena che descrive questo incontro, tra il paladino morente e
l'amico colpito, esprimono nell'epica medioevale una coppia del
genere Achille e Patroclo, ed è indimenticabile: Orlando infatti non
sembra meravigliarsi che Oliviero l'abbia colpito, ma che lo abbia
fatto senza preavviso, senza sfida, in modo non cavalleresco.
"Signor compagno, fate voi sul serio? Qui è Orlando che tanto vi
suole amare. In nessuna guisa m'avete voi sfidato!"
e Oliviero risponde:
"Ora vi odo io parlare. Io non vi vedo, vi veda nostro Signore.
Colpito vi ho e me lo perdonate!"
Orlando risponde:
"Non ho affatto male. Io ve lo perdono qui e davanti a Dio"
Sconfinato è il dolore che prova Orlando dinanzi al cadavere di
Oliviero.
I nemici intanto scagliano lance e giavellotti, ma Orlando ancora
resiste: soltanto il suo cavallo viene colpito, crivellato da trenta
colpi. Solo dopo aver percorso il campo alla ricerca dei cadaveri dei
suoi compagni e averli disposti in schiera di modo che l'arcivescovo
li benedica, Orlando piange lacrime fraterne e sviene per il dolore.
14
Ormai è vicina la morte anche per Orlando:
"Ché il cervello gli usciva per gli orecchi e nel capo aveva un atroce
dolore.
Pregò l'angelo Gabriele per i Pari, pregò, poi, per sé. Indi cadde
supino su una vetta, a pie' di un albero, vicino al quale sono quattro
pietre di marmo."
Ormai quasi non ci vede più, mo lo turba l'idea che la sua spada
Durlindana cadda preda del nemico; tuttavia non riesce a spezzarla.
La spada bella e santa, contenente le reliquie nel pomo, non deve
diventare preda degli infedeli. L'eroe si rimette in piedi, pallido,
coperto di sangue, e cerca di spezzarne la lama, percuotendola sui
macigni, ma invano: il brando stride ma non si spezza né si intacca.
Dopo dieci inutili colpi Orlando si convince che non può farcela e
allora tesse l'elogio della sua spada:
"Ah, Durendala, come sei bella e chiara e bianca, incontro al Sole
come luccichi e fiammeggi. Carlo era nelle valli di Moriana quando
Dio gli mandò dal Cielo a dire con un suo angelo che ti desse a un
conte capitano: e allora me la cinse, il gentile re, il grande."
Dopo aver elencato tutte le sue conquiste, dalla Bretagna alla
Sassonia, Orlando esclama:
"Per questa spada ho dolore e affanno. Meglio morire che lasciarla
fra i pagani. Dio padre, non lasciate disonorare la Francia."
Orlando si distende bocconi, nascondendo sotto il corpo la spada e
il corno, per sottrarli alla vista.
Dopo aver chiesto perdono a Dio per i suoi peccati, Orlando muore
dissanguato.
Grande fu il pianto di Carlo, quando ebbe dinanzi agli occhi i suoi
prodi caduti: il campo di battaglia è coperto di morti saraceni e
cristiani.
15
Dà ordine di conservare i cuori di Orlando e di Oliviero avvolti in
bende di seta, come reliquie.
La battaglia prosegue tra Carlo e i saraceni. Inginocchiatosi, chiede a
Dio di rinnovare il miracolo di cui parla la Bibbia: i Franchi hanno
bisogno che la luce del Sole rimanga più a lungo sull'orizzonte
perché solo così potranno sterminare i nemici.
E Dio rinnova il miracolo.
Fatta prigioniera la regina Braminonda, moglie di Marsilio, Carlo la
conduce in Francia affinché si converta al cristianesimo. Nella
basilica di S. Severino a Bordeaux, Carlo depone l'Olifante di
Orlando e nel santuario di S. Romano di Blaia fa deporre in bianchi
sarcofaghi Orlando, Oliviero e l'arcivescovo Turpino.
Appena rientrato nella sua corte ad Aquisgrana, riceve la visita di
Alda, sorella di Oliviero, fidanzata di Orlando, ignara di quel che è
successo.
Chiede la bella dama: "Ov'è Orlando il capitano, che mi giurò di
prendermi in moglie?"
Carlo risponde: "Sorella, cara amica, tu mi chiedi di un uomo morto"
e si offre di darla in sposa al figlio Lodovico. Ma Alda risponde "Non
piaccia a Dio, né ai suoi santi né ai suoi angeli, che io rimanga viva
dopo Orlando"
e pronunciate queste parole, cade ai piedi di Carlo, morendo in
silenzio.
Il traditore, Gano, viene condannato a morte, squartato dai cavalli a
cui viene legato per le membra:
"Gano a un'orrenda fine è condannato!
Atrocemente tendonsi i suoi nervi
e dilaniate vengon le sue membra;
scorre su l'erba il chiaro sangue.
è morto Gano come un vil fellone;
giusto non è che il traditor si vanti."
Qui finisce anche il poema, malgrado si accenni ad altre imprese che
Carlo è chiamato da Dio ad affrontare, ma che non vengono
16
raccontate. La narrazione si conclude con un ultimo verso, che
contiene il nome del narratore:
"Finisce qui la gesta che Turoldo narra"
Chi era questo Turoldo che si presenta come autore della Canzone?
Non lo sappiamo, benché siano state fatte varie ipotesi, per esempio
che fosse un vescovo di Bayeux.
Comunque, quello che è certo, è che la Chanson de Roland ebbe
immensa fortuna e fu presto rielaborata e tradotta in altre lingue,
dal tedesco al norvegese, in franco-veneto e in latino.
Analoghi alla Chanson de Roland, per temi e impostazioni, anche
opere minori come "La Chanson de Willame", che narra la morte
dell'eroe Viviano a servizio della fede in difesa della Francia
dall'assalto saraceno, oppure la "Canzone di Isembart" che narra di
un cavaliere offeso ingiustamente dal suo re, che tradisce e porta le
armi contro la patria e la sua stessa famiglia, morendo nello scontro,
in tempo tuttavia per chiedere perdono alla madonna e per ottenere
la salvezza eterna. Da citare anche "la Canzone di Raoul di Cambrai"
che narra l'urto di interessi tra le grandi famiglie feudali, la lotta tra
vassalli per ottenere l'investitura e la successione al feudo.
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57