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L’OPERAZIONE EXCESS
IL DANNEGGIAMENTO DELLA PORTAERE BRITANNICA ILLUSTRIOUS DA
PARTE DEI BOMBARDIERI IN PICCHIATA TEDESCHI E ITALIANI
(10 Gennaio 1941)
Francesco Mattesini
La pianificazione dell’Operazione Excess
All’inizio di gennaio 1941, mentre gli aerei tedeschi del X Corpo Aereo (X
Fliegerkorps) si stavano concentrando negli aeroporti della Sicilia, con lo scopo di
chiudere il Mediterraneo alla navigazione britannica e battere Malta, i britannici
dettero vita alla cosiddetta Operazione Excess, che consisteva nel far transitare per il
Mediterraneo un convoglio proveniente dal Regno Unito e formato da quattro grossi
e veloci piroscafi.[1] Tre di essi, il Clan Cumming (7.264 tsl), il Clan Mac Donald
(9.653 tsl) e Empire Song (9.228 tsl), erano diretti al Pireo con più di 30.000
tonnellate di rifornimenti urgenti per l’Esercito greco, ed il quarto, l’Essex (11.063
tsl), destinato a Malta con un carico di 4.000 tonnellate di munizioni, 3.000 tonnellate
di patate pregiate da semina, e dodici velivoli da caccia Hurricane imballati in casse
stivate sul ponte.
Un altro piroscafo veloce, il Norther Prince (10.917 tsl), avrebbe dovuto unirsi
al convoglio Excess, ma pochi giorni prima della partenza s’incagliò in seguito ad un
temporale, e dovette essere lasciato a Gibilterra. Le truppe che il Norther Prince
trasportava furono trasbordate sul nuovo incrociatore Bonaventure, prima unità della
[1]
Per saperne di più sull’attività della Luftwaffe e della Regia Aeronautica vedi il libro di
Francesco Mattesini, L’attività aerea italo-tedesca nel Mediterraneo. Il contributo del “X
Fliegerkorps”, Gennaio-Maggio 1941, Seconda Edizione riveduta e ampliata, Stato Maggiore
Aeronautica Ufficio Storico, Roma, 2003.
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classe “Dido” a entrare nel Mediterraneo, e che assieme ai quattro cacciatorpediniere
Hasty, Hero, Hereward e Jaguar costituiva la Forza F, destinata a scortare il
convoglio.
L’incrociatore Bonaventure della classe “Dido”. Il suo armamento, a doppio uso navale e
contraereo, era costituito da dieci cannoni da 133 mm su cinque torrette binate, tre a prora e
due a poppa. A centro nave i complessi contraerei pom-pom a otto canne da 40 mm. Era la
nave comando della Forza F, destinata a scortare il convoglio dell’Operazione Excess.
Nonostante questo convoglio, in grado di procedere a una velocità di 16 nodi,
poteva apparire di consistenza modesta, l’operazione Excess richiese invece
l’impiego di quasi tutta la Marina da guerra britannica nel Mediterraneo, ossia della
Forza H di Gibilterra, e della Flotta del Mediterraneo (Mediterranean Fleet) di
Alessandria. Ciò anche perché, con la contemporanea Operazione MC.4,
l’ammiraglio Andrew Brwne Cunningham, Comandante della Mediterranean Fleet,
approfittò dell’occasione, di andare a prelevare il convoglio Excess a sud di
Pantelleria, per far passare a Malta due piroscafi da 15 nodi del convoglio MW.5½,
carichi di rifornimenti, e ritirare dall’isola otto piroscafi scarichi dei convogli ME.5 ½
e ME.6, con destinazione Alessandria e Porto Said, per la protezione dei quali fu
necessario trovare adeguate scorte.
Le norme per la traversata delle unità delle due operazioni furono stabilite
durante la pianificazione sull’apprezzamento della reazione che gli italiani avrebbero
portato in entrambi i bacini del Mediterraneo. Fu ritenuto che il rischio maggiore si
sarebbe avuto nella zona di mare da sud della Sardegna fino a Malta, per la minaccia
rappresentata da sommergibili, naviglio leggero di superficie, e da quello insidioso
dei Mas, specialmente durante la notte il cui il convoglio Excess avrebbe attraversato
il Canale di Sicilia, i cui bassi fondali erano minati. Era un percorso di 400 miglia
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percorribile in ventisei ore alla velocità di 15 nodi. Fu anche tenuto conto, come già
accaduto il 27 novembre 1940 a sud di Capo Teulada, di un possibile intervento della
Squadra Navale italiana, e fu ritenuto possibile di poter avvistare in mare dei
convogli italiani che avrebbero costituito un ottimo obiettivo.
Considerando che gli italiani potevano intervenire contro il convoglio Excess
con due o tre navi da battaglia e una dozzina d’incrociatori disponibili, il vice
ammiraglio Somerville, Comandante della Forza H di Gibilterra, potendo disporre
per un eventuale combattimento balistico soltanto dell’incrociatore da battaglia
Renown, della corazzata Malaya e dell’incrociatore Sheffield, cui si sarebbe aggiunto
eventualmente il Bonaventure staccandolo dal convoglio Excess, aveva richiesto una
terza nave da battaglia e alcuni incrociatori; ma ciò non fu accordato
dall’Ammiragliato britannico, per l’indisponibilità di quelle navi. In mancanza di
questo rinforzo, Somerville propose che fossero adottate tre contromisure:
A destra, il voce ammiraglio James Somerville, Comandante della Forza H, sul ponte di volo
dell’Ark Royal con il capitano di vascello L.E.H. Mound, comandante della portaerei.
1°) la massima concentrazione di sommergibili in adatte posizioni del
Mediterraneo occidentale, che avrebbe potuto percorrere la flotta italiana;
2°) di concentrare a Malta una forza di aerosiluranti da impiegare contro la
flotta italiana nei giorni critici dell’operazione;
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3°) infine, realizzare da oriente una diversione col grosso delle navi della
Mediterranean Fleet in direzione del Canale di Sicilia, nel pomeriggio e nella notte
precedente al giorno più critico del viaggio del convoglio.
L’ammiraglio Cunningham riteneva, invece, che la superiorità degli incrociatori
italiani, temuta da Somerville, non fosse da considerare molto importante e che
l’unico scopo dell’operazione Excess fosse quello costituito dal sicuro arrivo a
destinazione del convoglio. Le maggiori difficoltà, secondo lui, potevano prevenire
dagli ostacoli costituiti dalla necessità di dover realizzare contemporaneamente vari
movimenti navali che erano stati pianificati, tra cui la scorta di un convoglio a Malta,
e il ritiro dall’isola di altri due convogli da scortare in Egitto, l’attacco al traffico
navale italiano nel Mediterraneo centrale e nel Dodecaneso.
L’ammiraglio Andrew Browne Cunningham, Comandante della Mediterranean Fleet, a
Alessandria nell’estate del 1940. Sullo sfondo la vecchia nave portaerei Eagle.
Comunque per venire incontro alle richieste del comandante della Forza H,
l’ammiraglio Cunningham decise di inviare due incrociatori e due cacciatorpediniere
a raggiungere il convoglio Excess a ponente del Canale di Sicilia, in modo da
rinforzarne la scorta durante il pericoloso passaggio tra la Sardegna e Malta, mentre
al posto di svolgere una diversione, decise di portarsi a poche miglia a oriente del
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Canale con una forza navale che comprendeva le corazzate Warspite e Valiant e la
portaerei Illustrious scortate da cacciatorpediniere. Gli altri suoi cinque incrociatori,
di cui uno contraereo, servivano per effettuare la protezione di due convogli in
partenza da Malta.
Pertanto le forze navali disponibili nella Forza H e nella Mediterranean Fleet
furono ripartite in vari gruppi.
Il convoglio Excess, costituito dai quattro piroscafi Clan Cumming, Clan Mac
Donald, Empire Song e Essex, partendo da Gibilterra con la scorta diretta della Forza
F, costituita dall’incrociatore Bonaventure e dai quattro cacciatorpediniere Hasty,
Hero, Hereward e Jaguar, doveva avere fino banco di Skerki, all’ingresso
occidentale del Canale di Sicilia a nord di Biserta, la protezione della Forza H del
vice ammiraglio Somerville. Essa comprendeva l’incrociatore da battaglia Renown
(nave ammiraglia), la corazzata Malaya, la portaerei Ark Royal, l’incrociatore
Sheffield e i sette cacciatorpediniere Faulknor, Firedrake, Forester, Fortune,
Foxhound, Fury e Jaguar.
L’incrociatore da battaglia Renown nave ammiraglia della Forza H di Gibilterra, che operava
in sostegno al convoglio Excess.
Prima dell’inversione di rotta della Forza H per rientrare a Gibilterra, la scorta
diretta del convoglio doveva essere rinforzata a sud della Sardegna dalla Forza B
della Mediterranean Fleet, proveniente da Suda (Creta), e costituita dai due grandi
incrociatori della 3a Divisione Gloucester e Southampton e dai cacciatorpediniere Ilex
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e il Janus. Al comando del contrammiraglio Edward de Faye Renouf sul Gloucester,
le quattro navi dovevano, sbarcare truppe, cannoni contraerei e proiettori a Malta, per
poi ripartire e raggiungere il convoglio Excess il mattino del 9 gennaio per
rinforzarne la scorta nell’attraversamento del Canale di Sicilia, percorrendo una
distanza di 130 miglia.
Quindi, arrivato nella zona a sud di Pantelleria il convoglio Excess doveva
essere raggiunto della Forza A della Mediterranean Fleet, salpata da Alessandria, con
le corazzate Warspite (ammiraglio Cunningham) e Valiant, la portaerei Illustrious, e i
nove cacciatorpediniere Jervis, Juno, Janus, Nubian, Mohwak, Greyhound, Gallant,
Griffin e Dainty. Queste navi dovevano assumere la protezione dell’Excess dopo aver
scortato a Malta i piroscafi del convoglio MW.5½, Breconshire e Clan Macaulay,
salpati da Alessandria con la scorta dell’incrociatore contraereo Calcuta e i due
cacciatorpediniere Defender e Diamond.
La Forza A dell’ammiraglio Cunningham doveva proteggere il convoglio
Excess fino alle destinazioni di Malta e del Pireo, e contemporaneamente assumere la
protezione di altri due convogli in partenza dalla Valletta, Il primo, il convoglio
ME.5½ con i due piroscafi veloci, Lanarkshire e Waiwera, era diretto ad Alessandria,
e dopo la partenza da Malta si doveva riunire al convoglio Excess. Il secondo
convoglio, il ME.6, era diretto ad Alessandria e Porto Said, e disponeva di otto navi
mercantili lente, i piroscafi Devis, Hoegh Hood, Rodi, Trocas e Volo e le cisterne
Plunleaf e Pontfield.
La corazzata Warspite, veterana della prima guerra mondiale, entra nel Grand Harbour di
Malta. L’immagine fu ripresa dopo il rimodernamento della nave da battaglia del 1938.
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Alla scorta indiretta di questo secondo convoglio furono destinate due
formazioni navali: la prima la Forza C, con l’incrociatore contraereo Calcutta, i
cacciatorpediniere Defender e Diamond, e le quattro corvette Salvia, Hyacinth,
Gloxinia, Peony, che sarebbe arrivata a Malta da Suda, dopo avervi scortato da
Alessandria la petroliera di squadra Brambleleaf; e la Forza D del vice ammiraglio
Henry Pridham-Wippell, vice Comandante della Mediterranean Fleet e Comandante
delle forze leggere, proveniente anch’essa da Suda e costituita con gli incrociatori
leggeri della 7a Divisione Orion, Ajax, Perth e l’incrociatore pesante York.
A sinistra, il vice ammiraglio Henry Pridham Wippell, comandante in seconda della
Mediterranean Fleet, e nell’operazione MC.4 comandante degli incrociatori della Forza D. A
destra, il contrammiraglio Lumley Lyster, comandante delle portaerei della Flotta del
Mediterraneo, ideatore e realizzatore dell’attacco a Taranto dell’11 novembre 1940.
Vi era infine ad Alessandria la Forza X del contrammiraglio Bernhard
Rawlings, con la corazzata Barham, la portaerei Eagle e i cinque cacciatorpediniere
Stuart, Wryneck, Vendetta, Wampire e Voyager. Il suo compito doveva essere quello
di partecipare a un’altra operazione denominata MC.6, la quale prevedeva che, dopo
aver assicurato il transito del convoglio Excess la Mediterranean Fleet effettuasse
attacchi contro il traffico sulle coste italiane nel Mediterraneo centrale. La Forza X
doveva concorrere all’operazione con i velivoli Swordfish imbarcati sulla portaerei
Eagle, attaccando obiettivi del Dodecaneso e della Cirenaica.
Oltre a questo vasto movimento navale di superficie, che si svolse con il
plenilunio e in condizioni di visibilità generalmente buona per le condizioni di
trasparenza dell’atmosfera, vi era la Forza G, costituita con tre sommergibili
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tempestivamente dislocati nelle acque meridionali della Sardegna, il Triumph e
l’Upholder a sud dell’isola, e il Pandora a est. Il loro compito era di segnalare e
attaccare navi di superficie italiane eventualmente salpate dai porti del Tirreno per
attaccare il convoglio Excess.
Anche la RAF prese parte alle operazioni con gli aerei di Gibilterra, che
provvidero alla la scorta antisom durante il passaggio del convoglio Excess nello
Stretto, mentre l’Aviazione di Malta, al comando del commodoro Forster Herbert
Martin Maynard, effettuò ricognizioni sui porti italiani a nord e a ponente della
Sicilia,[2] che però furono considerati dal vice ammiraglio Somerville di quantità
insufficiente, tanto che egli era obbligato “ad affidarsi, per informazioni relative alla
presenza di unità nemiche di superficie nella zona a sud e a levante della Sardegna,
soltanto alla ricognizione fornita dalla sua portaerei”; e aggiunse che “il pericolo
d’improvvisi contatti con le forze navali nemiche di superficie continuerà fino a
quando le esistenti basi costiere di ricognizione non potranno essere aumentate”.[3]
Non era neppure previsto, negli ordini impartiti, l’impiego da Malta di una forza
di aerosiluranti, come Somerville aveva richiesto, e neppure una protezione di
velivoli da caccia di scorta, mentre, invece, si realizzò, a differenza di quanto scritto
dall’ammiraglio, un intervento aereo su importante base navale del nemico, che ebbe
notevoli risultati strategici, allontanando la temuta minaccia che poteva realizzarsi a
sud della Sardegna, com’era avvenuto il 27 novembre 1940 con l’inconcludente
battaglia di Capo Teulada.[4]
Infatti, sempre allo scopo di impedire un intervento della flotta italiana per
intralciare l’Operazione Excess, già in movimento nel Mediterraneo occidentale, su
rilevamenti fotografici portati a Malta dai veloci ricognitori Maryland della
Squadriglia (Flight) 431a del 69° Squadron, la notte dell’8 gennaio dieci bombardieri
Wellington del 148° Squadron, decollando dall’aeroporto maltese di Luqa,
attaccarono le navi della Squadra Navale che si trovavano nel porto di Napoli.
L’incursione, iniziata alle 19.45 e proseguita fino alle 21.40, causò gravi danni alla
corazzata Giulio Cesare che, inquadrata dalle bombe cadute vicino, ebbe infiltrazioni
d’acqua nella carena, danni a una turbina, riportò fori da schegge nelle sovrastrutture,
la morte di cinque marinai e il ferimento di altri venti facenti parte dell’armamento
delle artiglierie di coperta. L’ammiraglia Vittorio Veneto, l’altra nave da battaglia che
si trovava in porto, restò illesa. Fu però colpita la nave ospedale Arno da una bomba
esplosiva con distruzione di alcuni alloggi. Scoppio a bordo anche un incendio che fu
prontamente domato.
[2]
Il 31 dicembre 1940 la RAF di Malta disponevano, inclusi gli aerei di riserva, di 20
caccia Hurricane e quattro Gladiator del 261° Squadron, 4 ricognitory Maryland della 431a
Squadriglia (Flight), 20 bombardieri Wellington del 148° Squadron, 6 idrovolanti Suderland del
228° Squadron, e la FAA di 12 aerosiluranti Swordfish dell’830° Squadron.
[3]
Archivio Ufficio Storico della Marina Militare (da ora in poi AUSMM), “I convogli del
mese di gennaio 1941 (Excess)”, fondo Scambio notizie con Ammiragliato britannico.
[4]
Francesco Mattesini, “La battaglia di Capo Teulada”, Ufficio Storico della Marina
Militare (da ora in poi USMM), Roma, 2000.
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Bombardiere medio britannico Wellington.
La corazzata Vittorio Veneto, la nave ammiraglia della flotta italiana nel periodo di
indisponibilità della gemella Littorio, in bacino a Taranto per riparare i danni riportati a
Taranto la notte dell’11 novembre 1940, ad opera di aerosiluranti Swordfish della portaerei
britannica Illustrious.
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La Squadra Navale italiana nel Porto di Napoli nella prima decade di gennaio 1941
fotografata da un ricognitore britannico Maryland del 69° Squadron di Malta. Nella stupenda
fotografia, ripresa da alta quota, si vedono, chiaramente, la corazzata Vittorio Veneto con a
poppa la corazzata Giulio Cesare, all’ancora alla Stazione Marittima. Le due unità, dentro un
recinto di reti parasiluri, sono protette sul fianco destro da due piroscafi, per protezione ad
attacchi di aerosiluranti.
Ma, avendo ricevuto da Supermarina, l’organo operativo dello Stato Maggiore
della Regia Marina, l’ordine di lasciare il porto di Napoli, alle 17.00 del 9 gennaio
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entrambe le corazzate si misero in moto, con le squadriglie cacciatorpediniere 7 a e
19a: la Vittorio Veneto, nave di bandiera del Comandante in Capo della Squadra
Navale ammiraglio Angelo Iachino, per trasferirsi alla Spezia, ricongiungendosi
all’altra corazzata Andrea Doria; la Giulio Cesare andando a Genova per riparare i
danni riportati nel bombardamento, lavori che ultimo i primi giorni di febbraio, in
tempo per partecipare alla vana ricerca della Forza H dopo il bombardamento di
Genova del 9 febbraio 1941.[5] Prima di entrare nel porto della Spezia la Squadra
Navale ricevette l’ordine di incrociare durante la notte a 60 miglia a sud di Genova, e
ciò porta a ipotizzare che da parte di Supermarina vi fu il timore che la Forza H
potesse spingersi nel Golfo Ligure. In tal caso le navi italiane si sarebbero trovate in
buona posizione, pronte a intervenire.
***
La partenza dalle basi britanniche del Mediterraneo avvenne come segue:
Alle ore 13.00 del 6 gennaio salparono dall’Egeo, diretti a Malta, gli
incrociatori e della Forza B, Gloucester e Southampton e i cacciatorpediniere Ilex e
Janus.
Il convoglio dell’Operazione Excess salpò da Gibilterra intorno alle 17.00 del
medesimo giorno, scortato dalla Forza F. Per ingannare il servizio di spionaggio
dell’Asse, il convoglio inizialmente diresse verso l’Atlantico attraversando lo Stretto,
ma nella notte rientrò nel Mediterraneo, in modo da passare Punta Europa dopo il
tramonto della luna, arrivandovi prima dell’alba del 7, per poi proseguire verso
oriente. Tuttavia questo strattagemma sembrò non avere del tutto successo poiché,
riferì il comandante dell’incrociatore Bonaventure, capitano di vascello Henry Jack
Egerton, il convoglio fu avvistato precedere verso levante da alcuni pescherecci e
navi mercantili di nazionalità neutrale quando la luna non era ancora alta.[6]
[5]
Per saperne di più sul bombardamento di Genova e i suoi retroscena, vedi, Francesco
Mattesini, L’attività aerea italo-tedesca nel Mediterraneo. Il contributo del “X Fliegerkorps”,
Gennaio-Maggio 1941, II edizione, cit. capitolo VI, p. 131-173.
[6]
La partenza da Gibilterra del convoglio Excess con rotta ponente avvenne, secondo le
notizie fornite dagli osservatori dell’Asse, alle 17.00 del 6 gennaio. Il convoglio, segnalato come
comprendere sei piroscafi, un incrociatore tipo “Dido” e quattro cacciatorpediniere, fu poi avvistato
alle 11.00 dell’indomani a circa 45 miglia per 335° da Capo Tres Forcas nella sua esatta
composizione (quattro piroscafi, un incrociatore tipo “Dido” e quattro cacciatorpediniere), con rotta
levante (90°), e a Roma fu compreso che durante la notte il convoglio aveva invertito la rotta. Nel
frattempo, alle 09.30 del 7 gennaio, era stata segnalata l’uscita da Gibilterra della Forza H, costituita
dalle due navi da battaglia Malaya e Renown, La portaerei Ark Royal, un incrociatore tipo
“Birmangham” (Sheffield) e sette cacciatorpediniere. Alle ore 12.30 detta forza navale si trovava a
circa 60 miglia a levante di Punta Europa con rotta 90°, velocità imprecisata.
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Il famoso piroscafo britannico Breconshire, della Società di Navigazione Glen Linee, prima di
essere requisito dalla Royal Navy. Era una delle quattro navi mercantili del convoglio Excess.
Il piroscafo britannico Clan MacDonald, altra nave mercantile del convoglio Excess.
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Alle 03.00 del 7 gennaio presero il mare da Alessandria i due incrociatori della
Forza D, Orion (vice ammiraglio Pridham Wippell) e Ajax per dare sostegno alla
petroliera Brambleleaf che scortata dalle quattro corvette Salvia, Hyacinth, Gloxinia e
Peony era diretta a Suda, passando attraverso il Canale di Caso, fra le isole di
Scarpanto e di Creta. Ai due incrociatori si aggiunsero, alle 08.00 dell’8 gennaio, il
Perth e lo York arrivati a Suda provenienti dal Pireo, dopo di che le quattro unità
della Forza D salparono per transitare nel Canale di Cerigo, tra l’estremità
occidentale di Creta e la costa meridionale del Peloponneso. Nel pomeriggio dell’8 le
quattro corvette, che avevano accompagnato a Suda la Brambleleaf, dopo essersi
rifornire salparono dirette a Malta, per poi essere prese sotto la protezione dei quattro
incrociatori della Forza D.
Alle 05.00 del 7 salpò da Alessandria la Forza A, e alle 08.00 circa prese il
mare da Gibilterra la Forza H.
Alle 14.00 del medesimo giorno 7 gennaio uscì da Alessandria il convoglio
MW.5½ che diresse per Malta sotto la scorta della Forza C.
La navigazione di tutti i gruppi si svolse senza incidenti fino al pomeriggio del
9 gennaio, quando, come vedremo, la Forza H subì un attacco da aerei italiani.
Alle 16.40 del 7 gennaio si ebbe l’avvistamento della Forza A e della petroliera
Brambleleaf da parte di un ricognitore italiano. L’aereo fu rilevato prima col radar e
poi avvistato otticamente, ma i caccia Fulmar della portaerei Illustrious, che tenuti
pronti sul ponte di volo decollarono immediatamente, non riuscirono a raggiungerlo.
Nel pomeriggio, alle 17.20 e alle 18.28, si ebbero altri due avvistamenti di aerei, ma
in entrambe le occasioni, i Fulmar non riuscirono a intercettarli. Gli avvistamenti
fecero conoscere e confermarono agli italiani la presenza in mare di un’aliquota della
Mediterranean Fleet con rotta a ponente.[7]
Passato il Canale di Caso la Forza A nella giornata dell’8 fece rifornire i
cacciatorpediniere della scorta a Suda, per poi ripartire alle 18.00 con rotta ponente,
mentre le corvette che avevano scortato la petroliera a Suda, ripartirono anch’esse per
Malta.
Alle 15.37 dell’8 gennaio un ricognitore del 201° Gruppo della RAF avvistò a
circa 10 miglia a nord di Apollonia (Cirenaica) un convoglio italiano di quattro
piroscafi e una nave ospedale con rotta ovest, ma la portaerei Illustrious non poté far
nulla per attaccarlo essendo al di fuori del raggio d’azione dei suoi aerosiluranti. Si
trattava di un convoglio costituito dai piroscafi Montello, Maddalena C. e dalla
motonave Gritti e scortato dall’incrociatore ausiliario Caralis. Partito da Napoli il 6
gennaio il convoglio arrivò indisturbato a Tripoli il giorno 9.
[7]
Come vedremo, secondo le notizie fornite dalla ricognizione aerea italiana
dell’Aeronautica Egeo il primo avvistamento delle unità della Forza A si ebbe alle 13.15 del 7
gennaio a circa 110 miglia per 338° da Alessandria, quando fu segnalato da un velivolo S.79 del 92°
Gruppo Bombardieri un gruppo navale comprendente una portaerei, due incrociatori (in realtà
corazzate) e sette cacciatorpediniere con rotta nord, velocità di 18 nodi. Alle 17.00 lo stesso gruppo
navale fu avvistato da un altro ricognitore S.79 del 34° Gruppo Bombardieri a circa 180 miglia per
325° da Alessandria, con rotta 325° e velocità 18 nodi.
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Alla mezzanotte la Forza A si trovava a circa 45 miglia a sud-ovest di Capo
Matapan con rotta ovest (280°), e poco dopo diresse per 260° verso punto situato
poco a sud di Malta. Durante la navigazione, alle 10.30, la Forza A era stata raggiunta
dai quattro incrociatori della Forza D, e anche da due unità australiane, l’incrociatore
Sydney e il cacciatorpediniere Stuart, che partite dalla Valletta dopo aver completato
alcuni lavori nell’arsenale, furono fatte proseguire per Alessandria. Erano stati anche
mandati in esplorazione i ricognitori dell’Ark Royal, e prima di mezzogiorno anche
sei aerosiluranti Swordfish per ricercare naviglio italiano sulla rotta Tripoli Bengasi,
ma senza successo.
Nel frattempo la Forza B, lasciato a Malta il cacciatorpediniere Janus per lavori
in bacino era transitata alle ore 23.00 dell’8 sotto Pantelleria, dove fu avvistata dalla
stazione semaforica dell’isola, che trasmise un segnale dall’arme, che per un
disservizio arrivo a destinazione a Supermarina soltanto nel tardo pomeriggio
dell’indomani, e non fu quindi utilizzabile per conoscere il passaggio delle navi
britanniche che andavano a prelevare il convoglio dell’Operazione Excess a sud della
Sardegna.
Alle 04.30 del 9 gennaio arrivò a Roma la notizia che il sommergibile Beilul
(capitano di corvetta Paolo Vigliasirdi), in agguato nel Canale di Caso, alle 00.17
aveva lanciato quattro siluri contro due piroscafi di un convoglio scortato in transito,
udendo due esplosioni. Si trattava del convoglio AS.10, costituito da undici navi
mercantili britanniche e greche, scortato da cinque cacciatorpediniere ellenici, che
partito da Porto Said l’8 febbraio arrivò a Suda il giorno 10. Durante la navigazione,
transitando nella notte del 9 gennaio, con luce lunare, per il Canale di Caso, il
comandante della scorta, capitano di vascello Gregory Mezeviris sul
cacciatorpediniere ellenico Vasilef Giorgios I, udì tre forti vibrazioni da esplosioni,
una delle quali vicino alla sua nave. Immediatamente, sospettando trattarsi
dell’attacco di un sommergibile, i cacciatorpediniere lanciarono in mare bombe di
profondità. All’arrivo a Porto Said il comandante Mezeviris riferì l’episodio e, da
parte di ufficiali di marina britannici, gli fu risposto che le esplosioni dovevano essere
state causate dalla detonazione di siluri alla fine della loro corsa, lanciati
probabilmente da un sommergibile o da una torpediniera che si teneva nascosta
sottocosta.
Le contromisure italiane
La prima notizia sulla presenza in mare di una frazione della Mediterranean
Fleet si ebbe a Roma alle ore 12.00 del 7 gennaio quando, un ricognitore S. 79 del
92° Gruppo Bombardamento Terrestre dell’Aeronautica Egeo, decollato alle ore
10.13 dall’aeroporto di Gadurra, nell’isola di Rodi, sorvolò alla quota di 800 metri il
porto di Alessandria scattando fotografie panoramiche. Nell’osservazione a vista fu
rilevata la presenza nel porto di quattro navi da battaglia, una portaerei, un numero
imprecisato di cacciatorpediniere e incrociatori, inclusi due da 7.000 tonnellate. Una
delle corazzate (Lorraine) e tre in incrociatori pesanti (Duquesne, Suffren, Tourville)
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erano unità francesi della Forza X, internate ad Alessandria. Nella rotta del rientro
alla base, dove arrivò alle 14.30, l’S.79 avvistò, alle 13.15, in lat. 32°55’N, long.
29°05’E, una nave portaerei, due incrociatori e sette cacciatorpediniere in
navigazione con rotta nord, con velocità di 18 nodi, e alle 13.35, in posizione
latitudine 33°45’N, long. 28°45’E, individuò un incrociatore e tre cacciatorpediniere,
anch’essi con rotta nord. Naturalmente il primo gruppo di navi avvistate dall’S.79
alle 13.15 era la Forza A, nella sua esatta composizione numerica, ma le cui due
corazzate Warspite e Valiant furono ritenute incrociatori.
Per avere maggiori informazioni sulla presenza in mare del gruppo navale
avvistato alle 13.15 dal velivolo del 92° Gruppo, e per precisarne la composizione,
alle ore 15.43 fu fatto decollare da Gadurra un altro S.79 del 34° Gruppo
Bombardamento Terrestre, per esplorare il tratto di mare verso Alessandria. Alle
17.00 il velivolo avvistò il medesimo gruppo navale a circa 180 miglia per 325° da
Alessandria con rotta 325°, velocità 18 nodi.
Avendo il pilota dell’S.79 comunicato al rientro alla base che tra le unità
nemiche vi era una nave portaerei, per attaccarla decollarono subito dall’aeroporto di
Gadurra tre aerosiluranti S.79 della 68a Squadriglia del 34° Gruppo. Ma a causa della
sopraggiunta oscurità i velivoli, che erano al comando del capitano Giorgio Grossi,
non riuscirono a rintracciare l’obiettivo.
Una formazione di velivoli S. 79 della 67a Squadriglia del 34° Gruppo Bombardamento
Terrestre di base a Gadurra, sull’isola di Rodi. La squadriglia aveva nel suo organico anche
quattro aerosiluranti, arrivati dall’Italia con i rispettivi equipaggi, al comando del capitano
Giorgio Grossi.
Nel frattempo, per rilevare, con una ricognizione a vista, quale fosse la presenza
navale e aerei nei porti di Suda, Candia e Mirabello e nell’aeroporto di Iraklion, il
Comando dell’Aeronautica Egeo aveva fatto decollare in mattinata dall’aeroporto di
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Maritza (Rodi), due caccia Cr.42 della 162a Squadriglia. I piloti, sorvolando le coste
settentrionali dell’isola di Creta, rientrati alla base alle 16.08, riferirono di aver
avvistato nella Baia di Suda due incrociatori da 7.000 tonnellate, che avevano sparato
con le artiglierie contro i due velivoli italiani senza colpirli. Fu ritenuto che
probabilmente i due incrociatori fossero l’Ajax e il Perth.
Per avere maggiori informazioni sulla presenza degli incrociatori a Suda con
una ricognizione a vista e fotografica, l’indomani mattina fu inviato un S.79 del 92°
Gruppo, scortato da tre caccia Cr.42 della 162a Squadriglia. L’S.79 segnalò che due
incrociatori, uno da 10.000 tonnellate e l’altro 7.000 tonnellate, stavano dirigendo
verso la baia. Erano l’Orion e l’York partiti dal Pireo per ricongiungersi a Suda
all’Ajax e al Perth.
Questa era la situazione navale nel Mediterraneo orientale, come appariva a
Roma la sera del 7 gennaio e il mattino dell’8.
Poiché la partenza di un convoglio e della sua scorta salpati da Gibilterra con
rotta a levante era conosciuta tramite gli informatori dell’Asse stanziati ad Algesiras e
in altri punti dello Stretto, dopo l’avvistamento di una forte aliquota della flotta di
Alessandria, era evidente l’intenzione del nemico di far transitare per il Mediterraneo
un importante convoglio. Fu ipotizzato che sarebbe stato scortato dalla Forza H fino
all’entrata occidentale Canale di Sicilia, por poi essere prelevato a ponente di Malta
dalla Mediterranean Fleet. La destinazione poteva essere Malta oppure un porto della
Grecia o dell’Egitto.[8]
L’incrociatore australiano Perth nella mimetizzazione del 1941. Da Internet: A Brierf History
of the Australian Cruiser.
[8]
Durante la note del 7-8 gennaio i cacciatorpediniere italiani Vivaldi, Malocello, Da Noli
e Tarigo e le torpediniere Sagittario e Vega posarono a nord di Capo Bon lo sbarramento X2
costituito da 180 mine e lo sbarramento X3 con altre 180 mine.
17
Lo York, unico incrociatore della Mediterranean Fleet a essere armato con pezzi da 203 mm.
Poiché la quasi totalità delle forze aeree della Regia Aeronautica era impegnata
per puntellare i traballanti fronti della Grecia e della Cirenaica, si rendevano
disponibili in Sicilia forze aeree ridotte, poiché molti reparti si erano trasferiti per far
posto, nei principali aeroporti, alle unità aeree del 10° Corpo Aereo tedesco (X
Fliegerkorps). Erano rimasti sull’isola soltanto il 30° Stormo da bombardamento, con
una quindicina di velivoli S.79, e la 279a Squadriglia Aerosiluranti costituitasi il 1°
gennaio a Gerbini con sei velivoli S.79, nonché aliquote da caccia. In Sardegna vi
erano i due veterani Stormi da bombardamento 32° e 8°, con velivoli S.79. Ma
mentre il 32° Stormo era nella sua piena efficienza, in quei giorni dell’Operazione
Excess l’8 Stormo rimase immobilizzato sull’aeroporto di Alghero dalle pessime
condizioni atmosferiche, che impantanando il campo di volo rendeva problematico i
decollo dei velivoli a pieno carico di bombe.
Nella penisola italiana non esistevano altri reparti aerei di riserva, tranne il 10°
Stormo bombardamento, anch’esso su velivoli S.79, tenuto fermo sull’aeroporto di
Viterbo perché in quei giorni di gennaio il servizio informazioni faceva temere che vi
fosse la possibilità che forze britanniche sbarcassero nelle isole del possedimento del
Dodecaneso, da dove l’Aeronautica dell’Egeo svolgeva le sue operazioni di
ricognizione e attacchi contro obiettivi dell’Egitto e del Mar del Levante.
In previsione di dover attaccare le forze navali segnalate il giorno 8 nel
Mediterraneo orientale con rotta ad ovest, che si riteneva potessero riunirsi con un
18
altro gruppo navale segnalato nella notte per rilevamenti radiogoniometrici a 30
miglia a nord di Cirene, e che comprendevano una portaerei, Superaereo, l’organo
operativo dello Stato Maggiore della Regia Aeronautica, prese le seguenti misure:
dispose per un efficiente servizio di ricognizione, e ordinò il trasferimento da Lecce a
Comiso, in Sicilia, di un aliquota di dodici velivoli da bombardamento in picchiata
Ju.87 del 96° Gruppo, che comprendeva le Squadriglie 236a e 237a.
In Sicilia, come vedremo, era però già dislocato gran parte del X Fliegerkorps,
che in seguito agli accordi tra Superaereo e l’Alto Comando della Luftwaffe (OB.d
L), alla fine di dicembre aveva già iniziato il suo trasferimento in Italia, con l’ordine
di sbarrare il Mediterraneo alla Flotta britannica e battere Malta per renderla
inoffensiva nei confronti della navigazione italiana con la Libia. E ciò anche in vista
del trasferimento da Napoli a Tripoli di convogli germanici che, scortati da unità
navali della Regia Marina, a iniziare dalla metà di febbraio dovevano trasportare in
Libia le prime aliquote dell’Afrika Korps (5a Divisione Leggera) del generale Erwin
Rommel.
Nel frattempo, sempre nella giornata dell’8 gennaio, per aver conferma della
presenza delle forze navali britanniche a sud delle Baleari, sollecitata per telefono da
Supermarina alla Commissione Italiana di Armistizio con la Francia (CIAF), le fu
risposto che anche il Comando Supremo (Stamage) aveva già richiesto di aver notizie
in proposito alla Delegazione francese, che assicuro di rispondere non appena le
notizie fossero pervenute. Invece non arrivo a Roma nessuna informazione.
Il mattino del 9 gennaio giunsero a Roma, le prime notizie sulla Forza H da
parte di un ricognitore Cant.Z.506 del 93° Stormo Bombardamento Marittimo
decollato da Elmas, che alle 09.15 del 9 febbraio segnalò tre incrociatori da 10.000
tonnellate a sud-ovest della Sardegna (era la Forza B). Seguì, da parte di un altro
Cant. Z.506 della 170a Squadriglia della Ricognizione Marittima della Sicilia, un’altra
segnalazione sulla presenza, alle 10.37, di altri tre incrociatori a sud-sud-est di Malta
(era la Forza D). A questo punto, essendo ormai accertata la manovra nemica nei due
bacini del Mediterraneo, Supermarina emanò i seguenti ordini:
- Alle 09.15 fu trasmesso a Marina Messina di disporre nella notte agguati di
Mas presso le coste Capo Bon e nelle acque intorno a Malta, e per una crociera di due
torpediniere dislocate a Trapani da inviare presso Pantelleria.
- Alle 13.10, per appoggiare gli agguati dei Mas e delle torpediniere nel Canale
di Sicilia, fu comunicato al Comando della 4a Divisione Navale sull’incrociatore
Bande Nere di mettere a disposizione di Marina Messina (ammiraglio Pietro Barone)
la 14a Squadriglia Cacciatorpediniere (Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli, Luca
Tarigo, Lanzerotto Malocello). Successivamente fu ordinato alla 4a Divisione di
trasferirsi subito da Palermo a Napoli dove doveva tenersi pronta a muovere.
Alle 13.30 trasmise a Messina, al Comando della 3 a Divisione Navale
(ammiraglio Luigi Sansonetti), sull’incrociatore pesante Trieste, di mettere un
cacciatorpediniere a disposizione di Marina Messina per portarsi a sud di Capo
Passero allo scopo di dare appoggio ai Mas inviati nelle acque di Malta. Alla 3 a
Divisione fu poi comunicato di tenersi pronta a muovere all’alba dell’indomani, 10
gennaio.
19
Alle 21.30, fu ordinato al Comando Navale del Traffico (Maricotraf) di
sospendere la navigazione nel Basso Tirreno e nel Mare Ionio, mentre la navigazione
con la Libia era stata sospesa in precedenza da Supermarina.
Per proteggere il traffico con l’Albania, da eventuali incursioni della flotta
britannica nel Canale d’Otranto, com’era accaduto la notte dell’11 novembre 1940
con l’annientamento dei quattro piroscafi del convoglio “Lovatelli”,[9] nella notte tra
il 9 e il 10 gennaio e per tutta la giornata dell’indomani, furono tenuti in mare gli
incrociatori della 7a e 8a Divisione Navale, con navi ammiraglia l’Eugenio di Savoia
e il Duca degli Abruzzi. Nel frattempo, il 9 gennaio, sommergibili britannici avevano
fatto la loro comparsa, attaccando piroscafi italiani. Il Pandora (capitano di corvetta
Jon Wallace Linton) affondò nelle acque meridionali della Sardegna il Palma e il
Valdivagna, mentre nelle acque di Capo Spartivento Calabro il Parthian (capitano di
corvetta Michael Gordon Rimington) affondò il Carlo Martinolich. In seguito a ciò,
Supermarina fece intensificare nelle due zone marittime le missioni di vigilanza
antisommergibili con velivoli Cant.Z.501 della ricognizione Marittima, torpediniere e
Mas.
L’attacco dell’Aeronautica della Sardegna
Dopo essere partito da Gibilterra nel pomeriggio del 6 gennaio, e aver
impiegato lo strattagemma per far credere di essere diretto in Atlantico per poi nella
notte rientrare nel Mediterraneo, il convoglio dell’Operazione Excess prosegui la
navigazione nella sua rotta indisturbato. All’alba del 7 gennaio, primo giorno
dell’operazione, l’incrociatore Bonaventure si separò dal convoglio per raggiungere
la Forza H, che verso la stessa ora aveva preso il mare da Gibilterra. Durante la
giornata il convoglio, con vento leggero e mare calmo, navigò lungo la costa della
Spagna per dare l’impressione di essere diretto in uno dei suoi porti. Nella notte
diresse verso l’Africa e punto a levante per il Canale di Sicilia tenendosi a circa 30
miglia dalla costa, mentre la Forza H si mantenne ad una certa distanza dal convoglio
verso nord e verso levante, fino al mattino del 9, per proteggerlo dall’attacco di aerei
nemici che potevano arrivare dagli aeroporti della Sardegna.
Fino a questo momento il vice ammiraglio Somerville non ebbe motivo di
ritenere che navi di superficie italiane fossero già in mare a ponente della Sardegna,
nel qual caso egli avrebbe raggiunto il convoglio con tutta la sua flotta, al quale si era
ricongiunto il mattino dell’8 il Bonaventure, lasciando a protezione delle quattro navi
mercantili i cacciatorpediniere Hasty, Hero, Hereward e Jaguar. Poi, com’era stato
pianificato, nella serata il convoglio fu raggiunto anche dalla vecchia e lenta
corazzata Malaya, e dai cacciatorpediniere Firedrake e Jaguar, staccatisi dalla Forza
H, alla quale restarono, navigando di prora al convoglio, l’incrociatore da battaglia
[9]
Francesco Mattesini, “La notte di Taranto. Lo svolgimento dell’operazione Judgment e le
considerazioni dei protagonisti”, Parte Seconda, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della
Marina Militare, dicembre 1998.
20
Renown, la portaerei Ark Royal, l’incrociatore Sheffield e i cacciatorpediniere
Faulknor, Forester, Fortune, Foxhound e Fury.
Le tre principali unità della Forza H, mentre transitano per lo Stretto di Gibilterra vicino alla
costa della Spagna. Da destra l’incrociatore da battaglia Renown, la corazzata Malaya e la
portaerei Ark Royal.
La portaerei Ark Royal in navigazione avendo di scorta a poppa un cacciatorpediniere.
Il mattino del 9 gennaio la portaerei Ark Royal, la cui dotazione di velivoli
comprendeva quindici caccia Fulmar (12 del 806° Squadron e 3 dell’805°) e venti
21
aerosiluranti Swordifish degli Squadron 815° e 819°, mise la prua al vento per far
decollare cinque velivoli Swordfish della Squadriglia (Flight) 812 X destinati a
rinforzare sull’isola, nell’aeroporto di Hal Far, l’830° Squadron aerosiluranti
dell’Aviazione Navale (FAA).[10] Un altro Swordfish dell’818° Squadron, che
rientrava sulla portaerei da una ricognizione nella zona del Golfo di Cagliari, fu
costretto ad ammarare a 130 miglia di distanza dalla Forza H, ma il
cacciatorpediniere Foxhound (capitano di corvetta Geoffrey Hendley Peters) portatosi
velocemente sul posto recuperò il pilota e il navigatore, tenenti di vascello H.
Appleton e I.W. Goddard.
Dopo il decollo degli Swordfish diretti a Malta, che raggiunsero tutti
felicemente la destinazione con un volo di 350 miglia, la Forza H accostò per riunirsi
al convoglio che raggiunse alle 09.00 a circa 120 miglia a sud-ovest della Sardegna.
La portaerei Ark Royal aveva in volo undici aerei, tre da caccia, uno per protezione
antisom, e sette da ricognizione, e uno di questi ultimi alle 09.18 avvistò verso
levante la presenza di due incrociatori e due cacciatorpediniere, segnalati come
nemici. Successivamente, essi furono riconosciuti come gli incrociatori Gloucester e
Southampton appartenenti alla Forza B del contrammiraglio Renouf che, assieme al
cacciatorpediniere Ilex, un’ora più tardi si unirono al convoglio.
L’incrociatore Gloucester, della 3a Divisione, la nave comando del contrammiraglio Renouf.
[10]
Gli Swordfish della Fligth 812 X a fine dicembre 1940 erano stati trasportati dalla Gran
Bretagna a Gibilterra per mezzo della vecchia portaerei Argus, per poi essere trasbordati sull’Ark
Royal.
22
Le tre navi della Forza B che, lo ricordiamo, erano partite da Alessandria alle
13.00 del 6 gennaio, dopo aver raggiunto Malta alle 09.15 dell’8 e scaricate le truppe
che imbarcavano, erano ripartite dalla Valletta alle 13.45 dello stesso giorno con rotta
ponente. Nel passaggio notturno del Canale di Sicilia, transitando a 15 miglia ad
ovest di Pantelleria, con luna chiara e tempo buono, erano state viste alla superficie
del mare cinque mine, e si anche avuto l’impressione che le navi fossero state
individuate da una stazione di vedetta dell’isola, senza però si fosse verificata una
qualsiasi reazione; e ciò portò a far credere che il nemico non fosse stato a
conoscenza dell’operazione fino alle 09.00 de mattino del 9 gennaio, quando i due
incrociatori e il cacciatorpediniere furono avvistate da una aereo da ricognizione
italiano, che fu visto allontanarsi quando le navi comonciarono a sparare. Poi, alle
10.00 fu avvistato un altro ricognitore, che riuscì a sfuggire all’intercettazione dei
caccia Fulmar dell’Ark Royal, e fu ritenuto che gli immancabili attacchi aerei della
Regia Aeronautica stavano per cominciare.
Un caccia Fulmar pronto al decollo sul ponte di volo della portaerei Ark Royal.
***
Fin dal mattino del 9 gennaio a Superaereo arrivarono le prime segnalazioni di
avvistamento della Forza H da parte della ricognizione dell’Aeronautica della
Sardegna, che fin dall’alba aveva fatto decollare dall’idroscalo di Cagliari tre
idrovolanti Cant.Z.506 del 93° Gruppo. Intervennero poi anche i ricognitori
dell’Aeronautica della Sicilia, che impiego lungo le coste settentrionali della Tunisia
23
due sezioni di bombardieri S.79 delle squadriglie 195 e e 192a (rispettivamente dei
Gruppi 87° e 90° del 30° Stormo) decollate da Sciacca al comando dei capitani Paris
e del tenente Sansovini. Tra le unità navali che erano presenti nella formazione
britannica, furono chiaramente individuate le due navi da battaglia Renown e Malaya
e la portaerei Ark Royal, e avvistati parecchi incrociatori di diverso tonnellaggio,
cacciatorpediniere e un numero imprecisato di piroscafi.
Nel Mediterraneo centrale invece, alle ore 14.10 una pattuglia di S.79 della 193a
Squadriglia dell’87° Gruppo del 30° Stormo bombardieri, decollata da Sciacca al
comando del tenente Mario Cesari, avvistò a 10 miglia da Malta quattro incrociatori
da 10.000 tonnellate diretti verso La Valletta (era la Forza D), e poi a 5 miglia a sud
di Malta individuò quattro grosse unità di tipo imprecisato. Poi, in seguito ad altri
avvistamenti, fu ritenuto che la Mediterranean Fleet comprendesse due corazzate, una
portaerei, cinque - sei incrociatori e numerosi cacciatorpediniere, che stavano
procedendo verso ponente in diversi scaglioni, distanziati tra di loro. Vedremo in
seguito come si svolsero le successive operazioni in questo settore. Nel frattempo,
ritorniamo al Mediterraneo occidentale.
Sulla base delle segnalazioni dei ricognitori italiani e tedeschi a nord delle coste
della Tunisia, non tutte concordanti,[11] il Comandante dell’Aeronautica della
Sardegna, generale Ottorino Vespignani, fece partire alle 12.25, per ricognizione
offensiva, una formazione di dieci bombardieri S.79 dell’89° Gruppo del 32° Stormo
che, al comando del maggiore Antonio Fadda, imbarco modeste bombe da 100 chili
nell’intenzione che fossero attaccati i piroscafi del convoglio. Il Gruppo, in due
formazioni della 229a e 228a di squadriglia, ciascuna di cinque velivoli in formazione
a cuneo, diresse da Decimomannu (a nord di Cagliari), con rotta sud verso l’isola
Galite, da dove ebbe inizio la ricerca del nemico verso ovest, in modo da tenersi per
la rotta d’attacco a sud delle navi da guerra che proteggevano il convoglio, che di
norma il nemico faceva navigare piuttosto sotto la costa dell’Algeria e della Tunisia.
Alle 13.25 la formazione avvistò la Forza H che stava procedendo verso oriente,
e tenendosi fuori vista dalle unità nemiche, costituite da due navi da battaglia, una
portaerei, incrociatori e cacciatorpediniere, dopo circa venti minuti di volo, non
avendo avvistato il convoglio, si diresse verso le navi da guerra.
In quel momento si aveva una sola formazione navale, con i quattro piroscafi
del convoglio, Clan Cumming, il Clan Mac Donald, Empire Song e Essex, che
stavano navigando in due colonne distanti l’una dall’altra 1.500 yard (1.370 metri) ed
erano guidate dal Gloucester e dalla Malaya. Il Bonaventure e il Soutampton si
mantenevano nei quartieri poppieri delle stesse colonne, mentre sette
cacciatorpediniere erano in scorta prodiera. Il Renown e l’Ark Royal, scortati dallo
Sheffield a da cinque cacciatorpediniere, si tenevano a stretto contatto sul lato sinistro
[11]
Durante la giornata del 9 gennaio, tra le 09.15 e le 17.40, si ebbero del convoglio Excess
sette segnalazione dei ricognitori italiani dell’Aeronautica della Sardegna, quattro dagli S.79
dell’Aeronautica della Sicilia, una di un aereo civile che in volo tra Marsala e Tunisi alle 12.15
avvistò una nave da guerra imprecisata, e una di un ricognitore tedesco Ju.88D della 1.(F)/121, che
segnalò le navi nemiche alle 14.00 a 60 miglia per 25° da Tunisi.
24
del convoglio, che procedeva con direttrice di marcia levante (88°) con le navi che
zigzagavano alla velocità di 14 nodi.
I bombardieri S.79 del 89° Gruppo furono rilevati dell’incrociatore Sheffield
(capitano di vascello Edward de Faye Renouf) alla distanza massima del suo tipo di
radar (79Y), a 43 miglia di prora a dritta, e quattordici minuti dopo la formazione fu
avvistata mentre volava verso il fianco destro del convoglio fuori portata dalle
artiglierie delle navi, ad una quota di circa 11.000 piedi (3.528 metri). Trascorsero
dodici minuti, e alle 13.46 i dieci S.79, dopo essersi portato larghi dalla prora del
convoglio, iniziarono il loro attacco dalla direzione del sole (145°). [12]
Lo Sheffield, l’unico incrociatore della Forza H. Il suo radar permise di scoprire i
bombardieri S.79 dell’89 Gruppo dell’Aeronautica della Sardegna, quando si trovavano alla
distanza 43 miglia.
[12]
AUSMM, “I convogli del mese di gennaio 1941 (Excess)”, fondo Scambio notizie con
Ammiragliato britannico.
25
Non appena gli aerei sono in vista aprono il fuoco le artiglierie delle navi, e poi quando sono a
tiro é la volta dei pom-pom. Nell’immagine un complesso Vickers a otto canne da 40 mm.
Alle ore 14.00, secondo l’ora riportata dagli italiani, i velivoli dell’89° Gruppo
attraversarono il fuoco di sbarramento delle unità navali che abbatte uno degli S.79,
probabilmente con le artiglierie a lunga gittata da 133 mm del Bonaventure. Poi, da
2.900 metri di quota la formazione effettuò lo sgancio delle bombe, tre delle quali,
secondo quanto affermato dagli equipaggi al rientro a Decimomannu, vi fu il
convincimento di aver colpito una corazzata, “sulla mezzeria e sulla poppa”, e di aver
probabilmente colpito anche un cacciatorpediniere. In realtà le bombe caddero vicino
alla corazzata Malaya e all’incrociatore Gloucester senza causare danni, anche se al
rientro a Gibilterra gli informatori dell’Asse segnalarono che la Malaya era entrata in
bacino per riparare danni causati da bombe cadute vicino allo scafo.[13]
Mentre si stavano ritirando i bombardieri italiani furono attaccati da alcuni
caccia britannici Fulmar, decollati dalla portaerei, che persistendo in un lungo
inseguimento abbatterono un altro degli S.79, dopo quello accreditato alle navi.[14]
[13]
ASMAUS, Superaereo, Relazione sulle azioni aeree contro la flotta inglese nei giorni 9-
10-11 Gennaio 1941.XIX.
[14]
Giuseppe Santoro, L’Aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale, Volume
Primo, Edizioni esse, Milano-Roma, 1950, p. 467 sg; ASMAUS, Relazione sull’azione offensiva del
giorno 9 gennaio 1941-XIX contro forze navali avversarie naviganti a sud della Sardegna.
26
9 gennaio 1941. L’attacco alla Forza H dei dieci bombardieri italiani dell’89° Gruppo del 32°
Stormo. La salva delle bombe da 100 chili, troppo spostate a sinistra, è diretta contro la
corazzata Malaya, che non è stata colpita per la sua pronta accostata a dritta.
La corazzata Malaya ripresa in navigazione da un aereo. Riportò danni non gravi allo scafo
per le bombe cadute vicino, sganciate dai bombardieri S.79 dell’89° Gruppo del 32° Stormo.
27
La versione britannica è differente, perché i caccia Fulmar dell’808° Squadron
dell’Ark Royal attaccando gli S.79 ne avrebbero abbattuti due con il tenente di
vascello R.C. Tillard, che aveva per osservatore il tenente M.F. Somerville nipote del
comandante la Forza H. Il primo S.79 esplose, e vi fu un solo superstite che venne
raccolto dal cacciatorpediniere Foxhound (capitano di corvetta Geoffrey Hendley
Peters), il secondo S.79 precipitando ammarò in fiamme, e i due superstiti furono
raccolti dal cacciatorpediniere Forester (capitano di corvetta Edward Bernard
Tancock).[15]
I due S.79, entrambi della 228a Squadriglia, avevano per pilota e capo
equipaggio il tenente Armando Loddo e il sottotenente Silvio Chiri. Per salvare gli
eventuali superstiti fu fatto decollare da Elmas un idrovolante S.66 della 613 a
Squadriglia Soccorso, scortato da due Cr.42 del 3° Gruppo Caccia. Raggiunta la zona
dell’abbattimento nonostante lunga ricerca l’idrovolante rientrò alla base senza aver
avvistato alcun superstite.
Una squadriglia di cinque caccia Cr.42 del 3° Gruppo inviata a protezione dei
bombardieri, sulla rotta del rientro avendo avvistata due caccia li attaccò, e i piloti
ritennero averne abbattuto uno del tipo “Blackburn Roc” a sud di Capo Spartivento,
mentre gli equipaggi dei bombardieri, che tornarono a Decimomannu tutti più o meno
gravemente colpiti e con due uomini della 228a Squadriglia feriti, sostennero di aver
abbattuto un secondo caccia. In realtà nell’occasione alcun aereo britannico andò
perduto.
Le residue ore di luce non permisero al Comandante dell’Aeronautica della
Sardegna di mandare all’attacco altre formazioni offensive, dopo quella del 89°
Gruppo Bombardieri, come egli avrebbe desiderato, e con l’azione descritta ebbe
anche termine l’attività aerea contro la Forza H che l’indomani si trovò ben distante
dal raggio d’azione dei bombardieri italiani della Sardegna, mentre lo era per quelli
della Sicilia.
Secondo una relazione dell’Ammiragliato britannico, il fuoco vivace delle
artiglierie delle navi era stato il più accurato di quello effettuato in precedenti
occasioni, e il contrammiraglio Renouf era convinto fosse stato il tiro di
sbarramento, effettuato dal Renown e dalle altre navi della formazione, a cambiare la
rotta d’attacco mentre, invece, come sappiamo, gli aerei italiani puntarono sul
convoglio dopo non aver trovato i ricercati piroscafi.
Anche il Comando del X Fliegerkorps avrebbe voluto partecipare agli attacchi
aerei contro la Forza H, che era stata segnalata, alle ore 14.00, da un ricognitore
Ju.88D della Squadriglia 1.(F)/121, il quale spingendosi dalla Sicilia fino al 3°
meridiano est aveva avvisto le navi britanniche comprendenti una portaerei a 60
miglia per 25° da Tunisi. Il X Fliegerkorps, dopo aver mandato in volo un altro
Ju.88D della medesima 1.(F)/121 per verificare se la portaerei vi era realmente, aveva
comunicato all’Ufficio di collegamento con Marina Messina che era sua intenzione di
[15]
Christopher Shores - Bian Cull - Nicola Malizia, Malta: The Hurricane years 1940-1941,
Londra, Grub Street, 1987, p. 57. Archivio Stato Maggiore Aeronautica Ufficio Storico (da ora in
poi ASMAUS), Diario Storico del Comando Aeronautica Sardegna 1941.
28
attaccare le forze navali nemiche con quaranta bombardieri in picchiata Ju.87 e venti
bombardieri in quota He.111, ma che l’impiego era subordinato, per mancanza di
caccia di scorta, che erano attesi in Sicilia ma non ancora arrivati, alla presenza della
nave portaerei. Quando il secondo Ju.88D confermò che la portaerei era presente il
Comando del X Fliegerkorps ritenne l’intervento impossibile, proprio per il mancato
arrivo della caccia di scorta.[16]
Durante il pomeriggio nulla più accadde per il convoglio e la Forza H, tranne
qualche segnalazione di aerei che non si avvicinarono. Nessuna notizia arrivò sulla
temuta presenza della flotta italiana da parte degli aerei da ricognizione Maryland
della Royal Air Force (RAF) di Malta che stavano esplorando le zone di mare a nord
e a ponente della Sicilia; e neppure dai velivoli della portaerei Ark Royal, che aveva
mantenuto in volo a questo scopo sette aerei Swordfish nella mattinata, spingendo le
ricognizioni fino al banco Skerki, a nord di Biserta, e a sud est delle coste della
Sardegna, mentre altri due aerei, decollati alle 16.00, raggiunsero nel pomeriggio una
distanza di 150 miglia di prora al convoglio.[17]
Poco prima del tramonto, a 25 miglia a nord di Biserta (lat. 37°42’N, long.
09°53’E), tutte le navi della Forza H si staccarono dal convoglio, invertendo la rotta
per rientrare a Gibilterra, giungendovi il giorno 11 gennaio dopo una navigazione
tranquilla. I piroscafi del convoglio, Clan Cumming, Clan Mac Donald, Empire Song,
Essex, proseguirono la navigazione verso est attraversando il canale sabbioso del
Banco Skerki, con la scorta delle Forze B e F riunite che disponevano degli
incrociatori Glucester, Soutampton e Bonaventure e dei cacciatorpediniere Hasty,
Hero, Hereward Jaguar e Ilex.
Nel frattempo, il mattino del 9 gennaio il Comandante dell’Aeronautica della
Sicilia, generale Renato Mazzucco, aveva inviato una squadriglia di caccia a
mitragliare l’aeroporto di Luqa, il principale di Malta. Una seconda squadriglia ebbe
il compito di fare da scorta indiretta ai velivoli destinati al mitragliamento, e si ebbero
quindi in volo un totale di sedici caccia Mc.200 del 6° Gruppo del 1° Stormo al
comando del maggiore Vezio Mazzetti. Lo scopo del mitragliamento, era quello di
menomarne gli aerei da bombardamento al suolo, che nella notte avevano attaccato
Napoli danneggiando la corazzata Giulio Cesare, e costretto la Squadra Navale
italiana a sgombrare il porto per ritirarsi nelle basi più sicure dell’Alto Tirreno, alla
Spezia e Genova, per restarvi in attesa che quella base della Campania avesse
disposto di una difesa aerea più efficace.
Mentre la scorta indiretta, al comando del capitano Domenico Camarda
rimaneva in quota, Il mitragliamento era effettuato da una pattuglia di quattro velivoli
[16]
AUSMM, telefonata n. 3820, dal capitano di vascello Antonino Toscano all’ammiraglio
Emilio Ferreri, fondo Supermarina Comunicazioni Telefoniche.
[17]
Tra le 17.40 e le 19.20 del 9 gennaio, il sommergibile italiano Aradam (capitano di
corvetta Giuseppe Bianchini), trovandosi in agguato a 40 miglia a levante dell’Isola La Galite
percepì all’idrofono movimenti di navi molto distanti, e poi fu sottoposto a caccia sistematica
antisom. Per i danni riportati dovette rientrare a Cagliari per eseguire le riparazioni più urgenti.
Nessuna segnalazione arrivò dal sommergibile Axum (capitano di corvetta Emilio Gariazzo) che si
trovava anch’esso in agguato in quella zona, a 20 miglia a nord est di Bona.
29
guidati dal maggiore Mazzetti, e si svolse con una reazione contraerea considerata
molto forte. Furono presi a bersaglio cinque bombardieri Wellington del 148°
Squadron, il reparto che aveva attaccato il porto di Napoli, tre dei quali furono
danneggiati ma non gravemente.
Sulla rotta del ritorno si ebbe a verificare l’attacco di sei caccia Hurricane del
261° Squadron che arrivando da quota superiore abbatterono, con il capitano F.F.
Taylor e il sottotenente J.A.F. MacLachlan, i MC.200 del tenente Luigi Armarino e
del maresciallo Ettore Zanandrea, mentre altri quattro Mc.200 atterrarono alla base di
Comiso avendo riportato danni abbastanza gravi.[18] I piloti dei due Mc.200 abbattuti
furono visti lanciarsi in mare con il paracadute, ma sopravvisse soltanto il capitano
Armarino, comandante della 88a Squadriglia del 6° Gruppo, che recuperato dai
britannici e fatto prigioniero fu portato in un ospedale di Malta.
La rotta seguita del convoglio Excess e della Forza H il 9 gennaio 1941. Grafico dell’Ufficio
Storico della Marina Militare.
[18]
ASMAUS, Diario Storico Comando Caccia dell’Aeronautica della Sicilia 1941;
Christopher Shores - Bian Cull - Nicola Malizia, Malta: The Hurricane years 1940, cit., p. 108.
30
Alle ore 16.00 un Mc.200 dell’81a Squadriglia del 6° Gruppo Caccia, con pilota
il tenente Guido Beggiato, attaccò nel cielo dello Stretto di Messina un velivolo
ritenuto del tipo Blenheim, mitragliandolo fino all’esaurimento delle munizioni.
L’aereo fu poi visto dirigere verso le coste della Calabria. Sta di fatto che alle 16.35
un ricognitore Maryland della 431a Flight, rientrando a Luqa dopo essere stato
attaccato, riferì il pilota, da alcuni caccia italiani, ebbe difficoltà nello scegliere il
momento dell’atterraggio, volando in circolo sopra l’aeroporto e quando prese terra
un uomo dell’equipaggio era rimasto ferito.
Nel pomeriggio di quel 9 gennaio, intorno alle 17.00, in seguito a due
avvistamenti di unità navali (Forze A e D) segnalate da due ricognitori S.79 della
193a Squadriglia del 30° Stormo Bombardieri, al comando del tenente Mario Cesari,
il generale Mazzucco inviò in volo da Comiso nove velivoli Ju.87 del 96° Gruppo
Tuffatori, scortati da dieci caccia Cr.42 del 23° Gruppo Caccia bis al comando del
capitano Luigi Filippo. Essi furono diretti contro la Forza A a sud di Malta, e seguiti
da una sezione di due aerosiluranti S.79 della 278a Squadriglia, che al comando del
capitano Orazio Bernardini si era da pochi giorni costituita a Catania. Ma sebbene
esistessero condizioni di tempo favorevoli con ottima visibilità le forze navali
britanniche, forse per errore dei ricognitori o perché avevano “intelligentemente”
variato la direttrice di marcia, non furono trovate e le due formazioni aeree,
modificando sensibilmente la loro rotta, andarono ad attaccare obiettivi di Malta.
Gli Ju.87, tre della 236a Squadriglia e sei della 237a, attaccarono tre piroscafi
alla fonda a Marsa Scirocco, con risultati ritenuti buoni dagli equipaggi, e di nessun
effetto per i britannici, che da parte loro ritennero fossero stati Stuka tedeschi ad
attaccare. Nella rotta del rientro, dirigendo con l’oscurità della notte verso le coste di
Malta, uno dei due S. 79 diresse contro un piroscafo anch’esso alla fonda all’entrata
della Baia di Marsa Scirocco; ma gli uomini dell’equipaggio non riuscirono a
apprezzare il risultato dell’attacco per l’abbaglio della luce dei proiettori puntati
contro l’S. 79, mentre l’altro velivolo rientrò a Catania con il siluro. Infine nella notte
due S.79 del 30° Stormo, decollando da Sciacca furono inviati a bombardare il porto
della Valletta, ma soltanto uno di essi, con pilota il tenente Turchi, riuscì a
raggiungere l’obiettivo e ad effettuare lo sgancio di dieci bombe da 50 chili, mentre
l’altro velivolo, con pilota il sottotenente Lumassa, dovette a rientrare alla base con le
bombe a causa di un’improvvisa avaria.
Quel giorno 9, come abbiamo detto, i reparti aerei tedeschi, tranne alcuni
ricognitori, restarono sugli aeroporti della Sicilia per mancanza di caccia di scorta.
Tuttavia, sulla base degli avvistamenti e degli spostamenti delle forze navali nemiche,
anche in relazione al passaggio del convoglio Excess per il Canale di Sicilia, il
Comando del X Fliegerkorps programmò l’azione per l’indomani, sempre però
contando, per la presenza di navi portaerei nemiche, sull’arrivo dei caccia Bf.110 del
III./ZG.26, che prima di trasferirsi a Palermo si trovavano a Treviso, provenienti da
Nuebiberg, sobborgo meridionale di Monaco di Baviera.
Dagli avvistamenti effettuati dalla ricognizione aerea italiana svolta la sera del 9
febbraio e nella notte seguente, i comandi aeronautici apprezzarono che alle ultime
ore della giornata la Forza H aveva invertito la rotta all’altezza di Capo Blanc, mentre
31
il convoglio stava procedendo nella sua rotta attraverso il Canale di Sicilia
accompagnato da forze leggere. Si prevedeva che l’indomani lo stesso convoglio
sarebbe stato prelevato nei pressi di Pantelleria, da unità della Mediterranean Fleet, la
cui presenza nel Mediterraneo Centrale, in spostamento verso ponente, era stata
confermata da un idrovolante Cant.Z.506 della 170a Squadriglia Ricognizione
Marittima. Il velivolo aveva avvistato a 110 miglia a est di Malta due gruppi navali,
distanti tra di loro 30-40 miglia, e che comprendevano il primo gruppo tre
incrociatori, il secondo gruppo due navi da battaglia, quattro incrociatori, un numero
imprecisato di cacciatorpediniere e una probabile nave portaerei.
Per tentare di localizzare il convoglio dell’operazione Excess durante la notte,
prevedendo che esso avrebbe iniziato “lo sfilamento nel Canale di Sicilia verso le
23.00” del 9 gennaio, un idrovolante Cant.Z.506 della Ricognizione Marittima fu
mandato in esplorazione notturna nella zona compresa fra Marsala – Capo Bon – La
Galite. La ricognizione non ebbe successo, e pertanto restarono a terra tre
aerosiluranti S.79 che attendevano l’ordine di partenza per un eventuale intervento.[19]
Da parte tedesca, essendo arrivati in serata a Palermo i tanto attesi caccia
Bf.110 del III./ZG.26, il Comando del X Fliegerkorps informò Marina Messina, la
quale per telefono mise al corrente Supermarina, che l’indomani all’alba avrebbe
mandato in ricognizione sette velivoli: due nel Mediterraneo occidentale lungo le
coste africane, ed altri cinque nel Mediterraneo centrale, fino a comprendere la costa
libica, il Canale di Sicilia e le coste orientali della Tunisia. Lo scopo era di
individuare le forze navali nemiche, e sulla base degli obiettivi rilevati dai ricognitori
Ju.88D di attaccarle con quarantacinque bombardieri Ju.87, venti bombardieri He.111
e venti caccia Bf.110.[20]
L’attacco delle torpediniere Vega e Circe nel Canale di Sicilia
Mentre la Flotta H si allontanava verso ovest, per assumere la scorta al
convoglio Excess, come previsto dai Comandi italiani stava sopraggiungendo da
levante, verso l’entrata orientale del Canale di Sicilia, la Forza A della Mediterranean
Fleet. Salpata da Alessandria il 7 gennaio, essa era ora composta dalle corazzate
Warspite (ammiraglio Cunninghan) e Valiant, dalla nave portaerei Illustrious, e da
sette dei nove cacciatorpediniere originali, il Jervis, Dainty, Gallant, Greyhound,
[19]
ASMEUS, Comando Aeronautica della Sicilia, Relazione sulle Operazioni dei giorni 7-
8-9-10-11-12 Gennaio XIX°.
[20]
AUSMM, telefonata n. 3841, dal capitano di vascello Antonino Toscano all’ammiraglio
Giuseppe Fioravanzo, fondo Supermarina Comunicazioni Telefoniche. * Secondo una situazione
serale riferita al giorno 9 gennaio e comunicata a Superaereo, vi erano in Sicilia 121 velivoli del X
Fliegerkorps ripartiti come segue: 5 ricognitori Ju.88 della 1(F)/121; tre bombardieri Ju.88 del II
LG.1 e 1 del III./LG.1; 29 bombardieri He.111 del II./KG.26, 2 He.111 del Comando X
Fliegerkorps e 1 He.111 del Comando St.G.3; 1 bombardieri Do.17 dello St.G.3; 20 tuffatori Ju.87
del I./St.G.1 e 34 Ju.87 del II./St.G.2; 24 caccia pesanti Bf.110 del III./ZG.26; 4 velivoli Ju.52 del
Gruppo da trasporto KG.z.b.V9, ed altri 7 velivoli dei vari reparti corrieri e collegamento.
32
Griffin, Mohwak e Nubian. Come abbiado detto la Forza A, durante la rotta per Suda
attraverso il Canale di Caso, era stata avvistata alle 16.40 del 7 gennaio da un
ricognitore italiano, e poiché nel pomeriggio dello stesso giorno si ebbero altri due
avvistamenti, vi fu a Roma, come abbiamo detto, la conferma che il grosso della
Mediterranean Fleet era in mare.
Nella loro navigazione verso occidente tutti i gruppi navali britannici
assunsero la protezione al convoglio MW 5 1/2 partito da Alessandria alle 14.00 del 7
gennaio, diretto a Malta e costituito dai piroscafi Breconshire (9.776 tsl) e Clan
Macaulay (10.492 tsl), scortati dall’incrociatore contraereo Calcutta e dai
cacciatorpediniere Defender e Diamand. Il convoglio arrivo felicemente a Malta alle
ore 08.00 del 10 gennaio, dopo di che il Calcutta e il Diamond ripresero il mare per
scortare il convoglio ME 5 ½, costituito dai piroscafi Lanarkshire (8.167 tsl) e
Waiwera (10.792 tsl), che arrivò ad Alessandria il giorno 13. I due piroscafi erano
arrivati alla Valletta il 20 dicembre 1940 con il convoglio MW.5A, nel corso di una
vasta missione della Mediterranean Fleet che aveva portato le corazzate Warspite e
Waliant ad entrare nel Canale d’Otranto per bombardare la notte di quello stesso
giorno 20 il porto albanese di Durazzo.
L’ammiraglio Cunningham avrebbe voluto passare inosservato con la Forza A,
che però fu avvistata da un ricognitore italiano verso le 10.30 del 9 gennaio. L’aereo
fu individuato col radar, ma la presenza di nuvole basse non permise ai caccia Fulmar
dell’Illustrious di intercettarlo e impedirgli di trasmettere il segnale di avvistamento.
Ritornando al convoglio dell’Operazione Excess, nell’attraversamento del
Canale di Sicilia la notte tra il 9 e il 10 gennaio trascorse tranquilla. L’isola di
Pantelleria fu passata dalle navi al tramonto della luna, mantenendosi il più possibile
al largo e in acqua profonde per diminuire il pericolo delle mine, ma al mattino,
proprio all’inizio dell’alba, vi fu l’avvistamento di due navi sottili italiane.
Infatti, per esercitare il controllo del Canale di Sicilia, Marina Messina, su
ordine di Supermarina, aveva disposto agguati notturni di Mas, e di una sezione di
due torpediniere. Le missioni dei Mas della 2a Squadriglia non si concretarono per le
condizioni del mare che costrinsero a farli rientrare a Trapani e a Mazzara del Vallo
nelle prime ore della notte. Riuscirono invece a portarsi verso Malta le Squadriglie
10a e 12a salpate da Augusta, che restarono nella zona fin verso la mezzanotte, senza
fare avvistamenti.
Per appoggiare le azioni dei Mas nel Canale di Sicilia, come ordinato da
Supermarina, il mattino del 10 gennaio salpò da trapani la 14 a Squadriglia
Cacciatorpediniere, comprendente il Vivaldi, Da Noli, Tarigo e Malocello. Le quattro
unità, al comando del capitano di vascello Giovanni Galati sul Vivaldi, si portarono a
Sud di Marettimo, ma alle 09.17 i cacciatorpediniere aprirono il fuoco contro due
aerei che si stavano avvicinando e che furono ritenuti per nemici. In realtà si trattava
invece di aerei tedeschi che non avevano fatto il prescritto segnale di riconoscimento,
probabilmente perché ancora non lo conoscevano, essendo appena arrivati in Sicilia. I
due aerei sganciarono quattro bombe che caddero a poppa dei cacciatorpediniere
senza causare alcun danno. Ne riporto invece, anche se leggeri, il Malocello per
33
l’esplosione di una mitragliera da 40/39 mm, che causò tre feriti uno dei quali
gravemente.
Le torpediniere Circe (capitano di corvetta Tommaso Ferrieri Caputi) e Vega
(capitano di corvetta Giuseppe Fontana), salpate da Trapani la sera del 9 gennaio per
effettuare un pattugliamento di vigilanza nelle acque a levante dell’isola di
Pantelleria, restarono in agguato durante la notte che trascorse tranquilla, con nessun
avvistamento. Ma alle 07.12 del 10 la Circe, trovandosi a circa 7 miglia a sud-ovest
da Punta Ferreri di Pantelleria, avvistò alla distanza di circa 7.000 metri diverse navi
britanniche con rotta sud-est alla velocità stimata di 20 nodi, e insieme alla Vega
accostando andò all’attacco. La consegna che i comandanti delle due torpediniere
avevano ricevuto da Supermarina era di agire “con piena libertà di giudizio e
solamente se riterranno che le condizioni di luce permettano eventuale attacco con
probabilità di successo”.[21]
La torpediniera Sirio che all’alba del 10 gennaio, avendo avvistato le navi britanniche, andò
all’attacco lanciando i siluri, imitata dalla Vega.
Raggiunta una distanza utile per attaccare una nave al centro della formazione
nemica, che il comandante Caputi ritenne essere una portaerei, tra le 07.26 e le 07.28
la Circe lanciò tre siluri regolati a 8.000 metri, mentre un altro siluro non partì per
un’avaria all’accensione della carica di lancio. La Vega lanciò soltanto due siluri, con
distanza di lancio apprezzata tra 4-5.000 metri. Nessun siluro colpì il bersaglio, ma da
bordo della Circe vi fu l’impressione che almeno due colpissero il bersaglio, quando
ancora dal nemico non era avvenuta nessuna reazione. Intanto fu trasmesso dalla
[21]
Giuseppe Fioravanzo, Le azioni navali in Mediterraneo, Volume IV, Ufficio Storico
della Marina Militare, USMM, Roma 1993, p. 332.
34
Vega il segnale di scoperta di “Forza navale considerevole, 8 miglia ponente
Pantelleria, rotta 130°”.
Le navi britanniche inizialmente ritennero che le sagome delle due torpediniere,
avvistate alla distanza di 3 miglia sulla sinistra del convoglio e a circa 12 miglia a
sud-est di Pantelleria (lat. 36°30’N, long. 12°10’E), appartenessero a due
cacciatorpediniere della Forza A che arrivavano per assumerne la protezione; tanto
che il cacciatorpediniere Jaguar (capitano di corvetta John Franklin William Hine),
che si trovava a poppa sulla sinistra delle colonne del convoglio, e l’incrociatore
Bonaventure (capitano di vascello Henry Jack Egerton) che era invece a destra, lo
segnalarono entrambe al contrammiraglio Renouf sull’incrociatore Gloucester.
Accortisi trattarsi di due unità italiane il Bonaventure sparò un proiettile illuminante,
accostò a tutta forza verso le torpediniere che dopo il lancio dei siluri si stavano
disimpegnando, e diresse contro l’unità di sinistra, la Circe.
Il capitano di vascello E.J. Egerton comandante del Bonaventure. In primo piano una delle torri
i ate dei pezzi da 133 dell’i ro iatore ad alta elevazione, particolarmente adatti al tiro
contraereo.
Frattanto, il contrammiraglio Renouf aveva ordinato al convoglio di accostare
dalla parte opposta alle torpediniere, contro le quali si diressero l’incrociatore
Southampton e i cacciatorpediniere Jaguar e Hereward che avevano lasciato le loro
35
posizioni di scorta. Frattanto il Bonaventure, avendo fissato l’attenzione sulla Vega
che sulla sinistra stava manovrando a forte velocità per attaccarlo, e dopo aver evitato
i siluri lanciati dalla torpediniera, impegnò l’unità italiana. La Vega, che dopo
l’attacco aveva subito assunto una rotta di allontanamento, mettendo la poppa sul
nemico, rispose subito al fuoco con i cannoni da 100 mm, imitata dalla Circe.
Le unità britanniche spararono con ritmo rapidissimo, specialmente il
Bonaventure che, facendo fuoco con i suoi dieci cannoni da 133 mm, alle 08.00 circa
colpi ripetutamente la torpediniera Vega con salve di granate che centrarono il timone
immobilizzando le eliche, colpirono la caldaia di prora con conseguente uscita di
vapore che investì la parte centrale della torpediniera, colpirono il pezzo poppiero da
100 mm e fecero saltare un deposito di munizione. Rimasta immobilizzata e
nell’impossibilitata di continuare a difendersi, la Vega fu finita da un siluro del
cacciatorpediniere Hereward (capitano di corvetta Charles Woollwen Greening) e
affondò alle 08.15 con il suo comandante, che sebbene rimasto illeso volle affondare
con la sua nave. Per questo supremo sacrificio, al capitano di corvetta Giuseppe
Fontana fu concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
A sinistra il capitano di corvetta Tommaso Ferrieri Caputi, comandante della torpediniera
Circe. A destra il capitano di corvetta Giuseppe Fontana, comandante della torpediniera
Vega.
La torpediniera Circe che non aveva riportato alcun danno, salvo fori di
schegge e un’avaria al timone per salve di colpi caduti nelle sue vicinanze, riuscì a
sottrarsi al tiro delle navi britanniche e alle 08.40 entrava nel piccolo porto di
36
Pantelleria, per poi ricevere dieci minuti dopo l’ordine dall’ammiraglio Amilcare
Cesarano, Comandante di Marina Pantelleria, “di portarsi subito sul punto di
affondamento del VEGA” per recuperarne i naufraghi. Dopo avere imbarcato un
medico la Circe, alle 10.02, ritornò sul luogo dell'affondamento della Vega, a 6
miglia per 160° da Punta Sciacazza. Ma solo sei uomini dell’equipaggio della
torpediniera furono salvati, uno direttamente dalla Circe, gli altri cinque recuperati su
un canotto che la stessa Circe aveva lasciato in acqua nell’allontanarsi, essendo stata
colpita improvvisamente da un colpo di mitragliera nella “plancetta del pezzo
centrale”, e avendo poi avvistato alla “distanza di 20.000 una unità di tipo
imprecisato”.[22]
La torpediniera Vega, che nel corso dell’azione fu affondata dal tiro dell’incrociatore
Bonaventure e di altre unità britanniche di scorta al convoglio dell’Operazione Excess.
In realtà secondo la relazione dell’ammiraglio Cunningham, che
nell’avvicinarsi aveva osservato chiaramente dalla Warspite le vampate delle
artiglierie del combattimento con le unità italiane, un aereo Swordfish in
pattugliamento antisom, aveva avvistato e attaccato una torpediniera del tipo “Spica”
con quattro bombe, una delle quali caduta vicino a quella nave.
[22]
AUSMM, Supermarina, “Rapporto sull’azione delle torpediniere VEGA e XCIRCE nel
Canale di Sicilia il 10 gennaio 1941-XIX”, Visto dal Duce il 15 gennaio 1941, Scontri Navali e
Operazioni di Guerra, cartella n. 21. * Essendo stati trovati da un mezzo navale di soccorso ai
naufraghi della Vega, il dragamine R.D.1, due salvagente e altri materiali appartenenti al
cacciatorpediniere britannico Gallant, nel rapporto dell’ammiraglio Arturo Riccardi, Capo di Stato
Maggiore della Regia Marina, a Benito Mussolini, si affermava che l’affondamento di quella nave
era da considerare affondato dalle torpediniere, mentre invece, come vedremo, la causa di quella
perdita fu differente.
37
Grafico dell’Ufficio Storico della Marina Militare.
Per il comandante Ferrieri Caputi, accusato di essersi allontanato due volte
senza dare il necessario concorso alla salvezza dei naufraghi della torpediniera Vega,
fu richiesto dal Comandante di Marina Trapani, ammiraglio Luigi Notarbartolo, al
comandante di Marina Messina, ammiraglio Luigi Baroni, soltanto un “Appunto”, in
considerazione che l’ufficiale era alla sua prima azione di guerra. [1] Richiesta che fu
respinta dall’ammiraglio Baroni, che invece, approvò “la determinazione del
[1]
AUASMM, Marina Trapani, “Azione svolta a Sud di Pantelleria il 10 gennaio 1941_XIX
dalle torpediniere CIRCE e VEGA”, Scontri Navali e Operazioni di Guerra, cartella n. 21.
38
Comandante del CIRCE, di continuare a dirigere a Pantelleria, quando il VEGA fu
colpito rinunciando a prestargli immediata assistenza”. Per questo motivo Baroni
propose di dare una decorazione al comandante Ferrieri Capouti, motivandolo con:
“… perché il suo comportamento durante lo scontro con la forza navale inglese è
stato perfetto e degno delle più alte tradizioni del nostro naviglio silurante”.[2]
Da parte britannica, nel corso del combattimento fu rilevato che il solo
incrociatore Bonaventure, sparando contro le torpediniere italiane aveva consumato
ben 600 proiettili da 133 mm (Low-angle), ciò che rappresentava il 75% della sua
dotazione. Questo fatto finì per preoccupare l’ammiraglio Cunningham sapendo che
ad Alessandria e in altri porti del Medio Orienete non vi era munizionamento di quel
calibro, poiché il Bonaventure era il primo incrociatore della classe “Dido” a essere
assegnato alla sua flotta. Ma il Bonaventure non fu neppure fortunato, perché due
mesi e mezzo dopo, la notte del 31 marzo 1941, durante la scorta ad un convoglio
diretto al Pireo fu silurato e affondato a nord di Sollum dal sommergibile italiano
Ambra comandato dal tenente di vascello Mario Arillo.
Gli attacchi degli Ju.87 tedeschi e italiani alla portaerei Illustrious.
Mentre si svolgeva il combattimento fra le torpediniere italiane e le unità della
Forza F, alle 08.00 di venerdì 10 febbraio l’ammiraglio Cunningham raggiunse il
convoglio Excess con le corazzate della Forza A Warspite e Valiant, la portaerei
Illustrious e i cacciatorpediniere Jervis, Nubian, Mohawk, Dainty, Greyhound, Griffin
e Gallant .
Subito dopo che aveva assunto la scorta delle navi mercantili alle 08.34
il Gallant (capitano di corvetta Cecil Powis Frobisher Brown), trovandosi 25 miglia a
sud-ovest di Pantelleria, di scorta a poppa delle grandi navi della Forza A, finì su una
mina dello sbarramento italiano 7 AN, che la notte del 6 agosto 1940 era stato posato
in quella zona degli incrociatori Alberico Da Barbiano e Alberto Di Giussano e dai
cacciatorpediniere Antonio Pigafetta e Nicolò Zeno. Per il brillamento di una mina,
che aveva urtato sotto lo scafo del Gallant e che causò cinquantotto morti e
venticinque feriti tra i membri dell’equipaggio, il cacciatorpediniere ebbe la prora
interamente asportata, per un’estensione di 30 metri, e rimase immobilizzato in lat.
36°27’N, long. 12°11’E.
Il Gallant, fu preso a rimorchio di poppa dal cacciatorpediniere Mohawk
(capitano di corvetta J.W. Eatan), e scortato dagli incrociatori Bonaventure,
Gloucester e Southampton, e dai cacciatorpediniere Griffin e Diamond, l’indomani
venne trascinato a Malta. Ma, una volta giunto in porto alla Valletta, al termine di una
difficile e contrastata navigazione a rimorchio per una distanza di 120 miglia percorse
a una velocità inferiore ai 5 nodi, il Gallant non poté essere riparato a causa dei danni
[2]
AUSMM, “Marina Messina, “Azione svolta a sud di Pantelleria il 10 gennaio dalle
torpediniere CIRCE e VEGA”, Scontri Navali e Operazioni di Guerra, cartella n. 21.
39
risultati troppo estesi, da farlo apparire un relitto.[3] Dopo aver rimorchiato e scortato
il Gallant fino all’entrata in porto della Valletta, il Mohawk e il Bonaventure
ripartirono a grande velocità per raggiungere la Forza A.
Le condizioni del cacciatorpediniere Gallant dopo aver urtato una mina italiana nel Canale di
Sicilia, come appariva, privato dei cannoni e di ogni altro materiale utile, nel porto di Malta
nell’aprile 1942.
[3]
Bombardato a più riprese nel 1941 da aerei tedeschi del X Fliegerkorps e da aerei italiani
dell’Aeronautica della Sicilia, il 5 aprile 1942 il Galland fu nuovamente danneggiato in modo grave
da una bomba caduta vicino allo scafo, in una massiccia incursione di velivoli Ju. 87 del III./St.G.3
(ex II,/St.G.2) e Ju. 88 del II Fliegerkorps, e fu definitivamente abbandonato, arenato a Pinto Wharf.
Il suo scafo fu infine impiegato per bloccare uno dei passaggi del porto di La Valletta, nella Baia di
San Paolo. Considerato irreparabile (total loss) il Gallant fu smantellato nel 1953.
40
Il cacciatorpediniere Gallant con la prora asportata dall’esplosione della mina. Anche questa
immagine è dell’aprile 1942.
Durante la notte il Comando dell’Aeronautica della Sicilia, “nella previsione,
confermata poi dai fatti, che nella mattinata del giorno 10 la flotta inglese si sarebbe
trovata nella zona di mare compreso nel triangolo Pantelleria – Lampedusa –
Malta”, pianifico un servizio di ricognizione con il decollo, a partire dall’alba del 10
gennaio, di quattro sezioni ciascuna di due velivoli da bombardamento S.79 del 30°
Stormo. L’ultima sezione decollo con ritardo, perché rimasta in attesa di imbarcare
un ufficiale osservatore della Marina che arrivò a Sciacca in automobile. I primi
avvistamenti arrivarono alle ore 09.30, e furono subito comunicati al Comando del X
Fliegerkorps.
La presenza di navi britanniche nella zona tra Pantelleria e le acque di Malta,
sempre tenute sotto controllo dai ricognitori dell’Asse, convinse il Comandante
dell’Aeronautica della Sicilia, generale Mazzucco, a inviare all’attacco una pattuglia
di due aerosiluranti della 279a Squadriglia, diretta contro il gruppo principale,
comprendente due corazzate e una portaerei. Naturalmente si trattava della Forza A,
che per dare soccorso al danneggiato cacciatorpediniere Gallant le erano rimasti
disponibili, per scortare le due corazzate e la portaerei, soltanto cinque
cacciatorpediniere.
41
Da parte tedesca, sulle precise segnalazioni dei ricognitori Ju.88D della 1 a
Squadriglia del 121° Gruppo (1.(F)/121), comandata dal capitano Erwin Fischer, tra
le ore 10.10 e le ore 11.58 decollarono i seguenti velivoli del X Fliegerkorps:
- da Trapani quarantatre bombardieri in picchiata Ju.87 del 3° Stormo Stuka
comandato dal tenente colonnello Georg Edert, che disponeva del 1° Gruppo del 1°
Stormo Stuka (I./St.G.1), al comando del capitano Werner Hozzel, e del 2° Gruppo
del 2° Stormo Stuka (II./St.G.2), al comando del maggiore Walter Enneccerus;
- da Palermo, per la scorta agli Stuka, dieci Bf.110 del 3° Gruppo del 26°
Gruppo Caccia Pesante (III./ZG.26), al comando del capitano Karl Kaschka;
- da Catania, diciotto bombardieri in quota He.111 del 2° Gruppo del 26°
Stormo (II./KG.26), al comando del maggiore Helmuth Bertram.[4]
Inoltre un He.111 del II./KG.26 fu destinato a fare da guida in mare aperto alla
formazione degli Ju.87 dello St.G.3.
Gennaio 1941, aerei tedeschi Ju 87 dello St.G.3 in volo sulla Sicilia. Notare i serbatoi
supplementari sotto le ali.
[4]
Alle ore 11 del 10 gennaio l’ammiraglio Pietro Barone, Comandante di Marina Messina,
telefonò a Supermarina. Rispose l’ammiraglio Raffaele de Courten, che essendo di servizio nel
salone operativo di Supermarina, fu portato a conoscenza che: “Alle 12.15 n. 45 Stukas et n. 20
Messershmidt attaccheranno le forze nemiche a Sud di Pantelleria. Alle 13.15 n. 20 apparecchi da
bombardamento attaccheranno la nave portaerei, incrociatori e navi da battaglia”. Cfr. AUSMM,
telefonata n. 3862, , fondo Supermarina Comunicazioni Telefoniche.
42
I due gruppi di bombardieri Ju.88 del 2° e del 3° Gruppo del 1° Stormo
Sperimentale (II./LG.1 e III/LG.1), equipaggiati, non erano ancora arrivati in Sicilia,
salvo alcuni velivoli, ma come vedremo essi intervennero contro Malta nei giorni
successivi, per attaccare gli obiettivi navali nel porto della Valletta.
***
A mezzogiorno del 10 gennaio, i piroscafi del convoglio Excess stavano
dirigendo per sud-est zigzagando alla velocità di circa 14-15 nodi con la scorta di tre
cacciatorpediniere ai quali, alle 10.20, si era unito l’incrociatore contraereo Calcutta,
che in precedenza aveva scortato a Malta il convoglio MW.5½. Il Calcutta si era poi
riunito al convoglio ME.6 in partenza per Alessandria, quando ricevette l’ordine
urgente di raggiungere il convoglio “Excess, per sostituire il Bonaventure inviato a
proteggere il danneggiato cacciatorpediniere Gallant. In quel momento la portaerei
Illustrious, al comando del capitano di vascello Denis Boyd, con a bordo il
Comandante delle portaerei della Mediterranean Fleet contrammiraglio Lumley
Lyster, si trovava in linea di fila fra le due corazzare Warspite, a prora, e Valiant di
poppa, e sulla dritta del settore prodiero del convoglio Excess. La rotta era per 110°, e
le grandi navi, con i loro cinque cacciatorpediniere di scorta Jervis, Nubian, Dainty,
Greyhound, Griffin,, zigzagavano alla velocità di 17-18 nodi. Il tempo era chiaro con
nuvole alte, una brezza fresca soffiava da sud-sudovest verso e a dritta della direttrice
di marcia.
A bordo della portaerei, dei suoi quindici caccia Fulmar tre non erano efficienti
perché causa incidenti e guasti erano in riparazioni. La portaerei disponeva
dell’apparato radar tipo 79Z, che era in grado di rilevare aerei alla quota di 20.000
piedi e alla distanza di 90 miglia. Alle 10.06 decollarono dall’Illustrious cinque
Fulmar dell’806° Squadron per il normale pattugliamento di vigilanza sul cielo della
flotta.
Un caccia Fairey Fulmar dell’Aviazione Navale britannica (FAA).
43
Il Fairey Fulmar, caccia biposto con due uomini d’equipaggio, il pilota e l’osservatore.
Velivolo non particolarmente veloce, perché raggiungeva la velocità di 415 km./h alla quota di
2.700, era un scarso arrampicatore essendo la sua tangenza di appena 4.900 metri, ma era
armato con otto mitragliatrici da 7,7 mm. Eppure, nonostante queste sue qualità non eccelse,
avendo ali pieghevoli, si dimostrò adatto a operare sulle portaerei, abbattendo nei
combattimenti un gran numero di aerei italiani, in qualche occasione compresi i caccia, e ciò
nonostante il Cr.42 e soprattutto il Mc.200 gli fossero superiore per velocità e tangenza, e lo
surclassassero nelle doti di agilità.
Il comandante Boyd e il contrammiraglio Lyster, temendo la minaccia degli
aerei della Luftwaffe rilevati negli aeroporti della Sicilia dai ricognitori di Malta,
avevano consigliato l’ammiraglio Cunningham a stare lontano dal Canale di Sicilia e
quindi di non navigare troppo vicino al convoglio, che ritenevano potesse essere
l’obiettivo dei velivoli da bombardamento nemici. Ma il Comandante della
Mediterranean Fleet non li aveva ascoltati perché riteneva che il suo compito
primario dovesse essere quello di dare la maggiore copertura aerea possibile alle navi
mercantili. Egli aveva assoluta fiducia sull’aggressività dei piloti dei caccia Fulmar,
ed era convinto che se il nemico avesse attaccato essi gli avrebbero fatto pagare un
duro scotto, sotto forma di parecchi abbattimenti e danneggiamenti di velivoli. [5]
Comunque, anche stando in posizione più defilata rispetto al convoglio, che era
considerato l’obiettivo degli aerei tedeschi, è indubbio che la precauzione suggerita
da Boyd e Lyster avrebbe concerto una certa sicurezza all’Illustrious, poiché in realtà
agli equipaggi degli Ju 87 del X Fligerkorps era stato dato il compito primario di
[5]
AUSMM), Admiralty, “I convogli nel mese di gennaio 1941, l’Excess”, fondo Scambio
notizie con Ammiragliato britannico.
44
ricercare ed attaccare la portaerei, motivo per il quale la maggior parte dei velivoli
erano stati armati con grosse bombe perforanti.
Infatti, dei quarantatre Stuka dello St.G.3 che stavano sopraggiungendo, i trenta
Ju.87B del II./St.G.2 erano decollati da Trapani alle 11.30 con i serbatoi
supplementari scarichi, ed armati con una bomba da 1.000 chili, mentre gli altri
tredici Ju.87R del I./St.G.1, possedendo il serbatoio supplementare adatto per lunghe
navigazioni pieno di benzina, avevano una sola bomba da 250 chili. Solo lo Ju.87 del
tipo B era in grado di portare la bomba da 1.000 chili, mentre invece lo Ju.87 del tipo
R, poteva al massimo portare la bomba da 500 chili, ma nelle lunghe navigazioni
senza possedere il serbatoio supplementare. In volo gli Ju.87 furono raggiunti dalla
scorta costituita da dieci caccia pesanti distruttori Bf.110 del III./ZG.26, decollati alle
11.10 da Palermo. Infine alle 11.58 decollarono da Catania diciotto bombardieri
He.111 del II./KG.26.
La portaerei Illustrious in navigazione seguita da un cacciatorpediniere. Sul ponte un velivolo
Swordfish, che era impiegato nei più svariati compiti, come ricognitore, caccia antisom,
aerosilurante e bombardiere.
45
Il contrammiraglio Denis Boyd, quando all’Ammiragliato era il 5o Lord del Mare. Con il
grado di capitano di vascello nell’operazione MC.4 era il comandante della portaerei
Illustrious.
Un primo contatto sulla presenza di aerei nemici si ebbe per la Forza A alle
10.30 di quella mattina del 10 febbraio, quando due caccia Fulmar dell’806°
Squadron dell’Illustrious, con piloti il tenente di vascello R.S. Henley e il
sottotenente di vascello A.J. Sewel, attaccarono un aereo da ricognizione italiano
S.79, che reagendo con le sue mitragliatrici colpì il velivolo di Sewel costringendolo
a rientrare sulla portaerei. La maggior parte dei contatti radar si ebbe con aerei che si
mantenevano vicini alla Forza A, ed erano certamente ricognitori italiani e tedeschi.
Cinque Fulmar dell’806° Squadron, tre della sezione rossa e due della sezione
bianca, erano in pattuglia aerea quando alle 11.20 fu avvistato un velivolo S.79, che
fu attaccato. Un Fulmar della sezione rossa perse il tettuccio scorrevole della sua
cabina di guida, e alle 11.45 fu costretto a rientrare sull’Illustrious. Questo incidente
lasciò in volo per la scorta alla Forza H soltanto quattro caccia, proprio mentre si
stavano avvicinando i due aerosiluranti italiani S.79 della 279 a Squadriglia seguiti
dalle formazioni degli Stuka dello St.G.3. In quel momento nove velivoli Swordfish
si trovavano anch’essi in volo per compiti antisommergibili, a protezione della Forza
A e del vicino convoglio Excess.
46
Aerosilurante S.79 della 279a Squadriglia in volo sul mare.
I due aerosiluranti S.79, decollati da Pantelleria alle 11.50 con piloti e capi
equipaggio il capitano Orazio Bernardini e il tenente Angelo Caponetti, avvistarono
la Forza A, che si trovava a sud del convoglio Excess 10 miglia a nord di Linosa. Alle
12.10 i piloti attaccarono con decisione, passando attraverso un nutrito fuoco
contraereo e da distanze stimate di 1.200 e 1.400 metri, e dalla quota di 100 metri,
lanciarono i siluri contro l’Illustrious, per poi sostenere, assieme all’ufficiale
osservatore tenente di vascello Domenico Baffico, di aver sicuramente colpito quella
nave, avendo visto levarsi a poppa della portaerei una densa colonna di fumo nero e
rossastro, non appena trascorso il tempo corrispondente alla corsa dei siluri.
Da parte britannica l’attacco fu descritto come segue.
Alle ore 12.20 dall’Illustrious fu rilevato un gruppo di velivoli non identificati
sullo schermo del radar alla distanza di circa 6 miglia. Immediatamente i quattro
Fulmar, che si trovavano alla quota di 4.300 metri, ricevettero l’ordine di intercettare
gli intrusi. Pochi minuti dopo i piloti dell’806° Squadron avvistarono i due S.79 del
capitano Bernardini e del tenente Caponetti, che dall’orizzonte a dritta si stavano
avvicinando alla flotta volando costantemente bassi, a circa 50 metri di quota, e che
furono accolti da un fortissimo fuoco contraereo delle navi, con armi di ogni tipo.
L’Illustrious, che aveva in azione sia i cannoni binati da 114 mm che i complessi
pom-pom Vickers ad otto canne da 40 mm, manovrò per schivare i due siluri che,
47
lanciati da una distanza di circa 2.300 metri, continuando la corsa passarono vicini
alla corazzata Valiant (capitano di vascello Charles Eric Morgan).
Nel frattempo i quattro caccia Fulmar dell’806° Squadron dell’Illustrious erano
stati costretti a portarsi velocemente da 14.000 piedi (4.272 metri) a bassa quota, per
attaccare gli S.79, e proseguirono l’inseguimento fino all’isola di Linosa, distante
dalla flotta circa 20 miglia verso ponente. I due aerosiluranti furono gravemente
danneggiati dal fuoco contraereo delle navi e dal successivo attacco dei due Fulmar
che, con piloti i sottotenenti di vascello S.G. Orr e G.A. Hogg, spararono sugli S. 79
fino ad esaurire le munizioni.[6]
Nel dirigere per rientrare alla base di Catania, con due feriti a bordo, l’S.79 del
tenente Caponetti dovette deviare di rotta per poi effettuare, a Trapani, un atterraggio
forzato senza carrello che mise il velivolo fuori uso.
Uno dei complessi contraerei pom-pom a otto canne da 40 mm dell’Illustrious. Era in grado di
sparare una tonnellata di proiettili al minuto.
[6]
Christopher Shores - Bian Cull - Nicola Malizia, Malta: The Hurricane years 1940-1941,
cit., p. 114 sg.
48
L’S.79 della 287a Squadriglia, del tenente Caponetti, dopo l’atterraggio d’emergenza senza
carrello a Trapani
L’attacco dei due S.79 ebbe l’effetto di agevolare l’avvicinamento
immediatamente successivo dei bombardieri in picchiata tedeschi dello St.G.3 alla
Forza A. Gli Ju.87 poterono pertanto attaccare a tuffo gli obiettivi senza nessun
iniziale contrasto aereo poiché, sebbene i Fulmar fossero stati richiamati, nel ritornare
in quota il loro basso rateo di salita non gli permise di farlo se non ad attacco tedesco
ormai ultimato. Inoltre una sezione di Fulmar era ormai senza munizioni, consumate
contro gli S.79, e l’altra sezione aveva segnalato di averne in quantità insufficiente, al
50% della dotazione.
Al momento dell’arrivo degli aerei tedeschi la Forza A si trovava 65 miglia a
sud-est di Pantelleria, con le grandi unità che si stavano riordinando in linea di fila
dopo l’attacco degli aerosiluranti italiani, quando sopraggiunse la grossa formazione
dei quarantatre bombardieri in picchiata dello St.G.3, In quel momento, a bordo
dell’Illustrius quattro Fulmar e tre Swordfish si trovavano pronti al decollo per un
fissato programma di volo, ma la loro partenza fu ritardata poiché, in attesa
dell’ordine di decollo da parte dell’ammiraglio Cunningham, furono perduti minuti
preziosi per portarsi a quota sufficiente per attaccare gli Ju.87, essendo i Fulmar
penalizzati, come detto, dalla scarsa velocità di salita, non sufficiente a garantire un
tipo di contrasto come quello che si stava verificando. Il decollo del primo Fulmar
ebbe inizio alle 12.34½, mezzo minuto prima che fosse segnalata la formazione di
aerei tedeschi in avvicinamento. L’ultimo Fulmar a decollare, alle 12.36, fu quello
che aveva per pilota e navigatore i sottotenenti di vascello I.F. Love e R.D. Kensett.
Nel frattempo però, nel realizzare la partenza dei velivoli, l’Illustrious era stata
naturalmente obbligata di accostare sulla dritta di circa 100° per portarsi in favore di
49
vento, e l’attacco degli Stuka, con le navi che cominciarono a sparare a grande
distanza per poi passare al fuoco di sbarramento, ebbe inizio dopo che era stata
ripresa la rotta iniziale di 110° e l’ammiraglio Cunningham aveva ordinato
l’allargamento della formazione.
Da sinistra, il capitano Paul-Werner Hozzel, comandante del I./St.G.1 e il maggiore Walter
Enneccerus, comandante il II./St.G.2.
Gli aerei tedeschi sopraggiunsero di poppa alle unità britanniche in tre
formazioni. Una prima formazione di dieci velivoli fu vista puntare sulle due
corazzate Warspite e Valiant, mentre i restanti Ju.87, in sezioni di tre velivoli,
diressero contro la portaerei Illustrious. Portatisi sulla perpendicolare delle navi, con
picchiate decise, iniziate a circa 4.000 metri di quota e con fantastici angoli del tuffo,
tra i 60 e gli 80 gradi, gli Stuka provenendo da differenti direzioni, sincronizzando
l’attacco in modo flessibile, diressero con una formazione a dritta di poppa
dell’Illustrious e le altre dai due lati della poppa della portaerei. Ciò avvenne “in
modo brillante”, come si espresse ammirato il contrammiraglio Lyster, con gli Ju.87
che attraversarono con determinazione lo sbarramento di fuoco dei cannoni e delle
mitragliere di ogni calibro, per poi sganciare le loro bombe da altezze comprese tra i
300 e i 500 metri.
50
Gli Ju 87 della 4a Squadriglia del II.//St.G.2. Il Gruppo portavano una bomba antinave da
1.000 chili.
I Bf. 110 della 9a Squadriglia del III./ZG.26. Il Gruppo caccia era di scorta agli Stuka.
La corazzata Valiant attaccata da sei velivoli non fu colpita, mentre la Warspite
(capitano di vascello Douglas Blake Fisher), la nave comando dell’ammiraglio
Cunningham, fu abbastanza fortunata, poiché nell’attacco di tre Ju.87 una bomba
caduta a prora causò soltanto la rottura di una cubia e il danneggiamento dell’ancora
di dritta. Invece l’Illustrious (capitano di vascello Denis Boyd, che manovrava
accostando rapidamente nel tentativo di rendere meno precisa la mira dei piloti
51
tedeschi, centrata ripetutamente dalle bombe e completamente circondata da colonne
d’acqua, fu colpita duramente.
L’ammiraglio Cunningham, che si trovava sulla plancia della corazzata
Warspite, descrisse nelle sue memorie l’attacco degli Stuka all’Illustrious come
segue:[7]
Furono avvistate verso nord grandi formazioni di aerei i quali ci arrivarono
sopra in un battibaleno. Li riconoscemmo per tedeschi: tre gruppi di Stuka.
L’ILLUSTRIOUS mandò in volo altri caccia; ma né essi né quelli che si trovavano
già in aria, poterono salire abbastanza in alto per fare qualcosa. Aprimmo il fuoco
con tutti i nostri pezzi antiaerei contro gli “Stuka”che, uno alla volta, si abbassarono
fino a sfiorarci nei loro tuffi e concentrarono quasi tutta la loro offesa sulla
ILLUSTRIOUS. A volte essa era quasi interamente nascosta in una selva di spruzzi di
bombe.
Eravamo troppo interessati a questa nuova forma di attacco in picchiata per
poter provare paura, e non vi è dubbio che i protagonisti dell’azione fossero attori
perfetti. Essi si disponevano in un grande circolo sopra la flotta e si abbassavano in
picchiata uno alla volta quando avevano raggiunto la posizione di attacco. Non
potevamo non ammirare l’abilità e la precisione della manovra. I tuffi erano portati
a fondo a una distanza di punto in bianco dal bersaglio e quando si riprendevano al
termine della picchiata alcuni di essi volavano lungo il ponte di volo della
ILLUSTRIOUS più bassi del suo fumaiolo.
La vidi colpita per la prima volta proprio a proravia della plancia e nel corso
di tutta l’azione, qualcosa come dieci minuti, fu colpita da sei bombe da 1.000 libbre
[463 kg], e dovette uscire di formazione con un forte incendio, con la macchina del
timone danneggiata, gli ascensori in avaria e gravi perdite fra gli uomini.
La Illustrious fu raggiunta in rapida successione dalle sei bombe, due da 1.000
chili e quattro da 250 chili,[8] cinque delle quali esplosero regolarmente. La prima
bomba, cadendo a prua della portaerei, dopo aver colpito il complesso S1 di
mitragliere contraeree a otto canne pom-pom da 40 mm, uccidendo due uomini,
sfondando la piattaforma e asportando un pezzo di corazza laterale, finì in mare senza
esplodere. Una seconda bomba, da 1.000 chili, centro in pieno l’estremità della prua,
rinforzata ma non era blindata, passò il quadrato di ricreazione sul lato sinistro e uscì
dallo scafo, per poi esplodere a circa 3 metri sopra la linea di galleggiamento,
provocando allo scafo dell’Illustrious gravi danni per schegge e l’allagamento dei
compartimenti prodieri.
[7]
Andrew Browne Cunningham, A sailor’s Odyssey, tradotto in Italia in L’Odissea di un
Marinaio, Garzanti, Milano, 1952, p 34 sg.
[8]
Nel secondo supplemento serale del X Fligerkorps, è scritto che una bomba da 1.000 chili
aveva colpito a prua la portaerei, e che un’altra bomba da 1.000 chili aveva colpito probabilmente la
stessa nave. Due bombe da 250 chili avevano colpito a poppa la porterei, e il resto delle bombe era
caduto presso la portaerei e altre navi Quindi, furono valutati dai tedeschi risultati inferiori a quelli
reali.
52
Nelle due immagini, l’impressionante visione dell’Illustrious sotto l’attacco degli Stuka.
53
Il complesso n. 1 di pom-pom a otto canne da 40 mm dell’Illustrious che fu colpito dalla prima
bomba, poi caduta in mare senza esplodere.
A sinistra, il foro della bomba da 1.000 chili che perforò il ponte di volo dell’Illustrious. A
destra, il foro di uscita della bomba che, dopo aver attraversato lo scafo a prora a sinistra,
esplose sopra l’acqua presso la portaerei.
54
I danni alla prora a sinistra dell’Illustrious dopo l’esplosione della bomba.
La terza bomba, sfiorando l’isola, colpì in pieno il complesso contraereo pom-
pom S2 di dritta uccidendo la maggior parte dei serventi. L’arma non riportò gravi
danni ma le munizioni presero fuoco esplodendo, mentre il braccio di una gru mobile,
crollò sul sottostante pom-pom S1, interrompendo la corrente elettrica, che contribuì
a mettere il danneggiato complesso fuori combattimento, e causando altre perdite
umane. Subito dopo due bombe ritenute una a 250 chili e l’altra de 500 colpirono la
portaerei quasi simultaneamente. Una cadde presso l’ascensore di poppa, che pesava
300 tonnellate e andò a esplodere nel sottostente pozzo, mentre la seconda bomba
esplose dopo aver colpito il margine sinistro dell’ascensore che si stava sollevando
per trasportando sul ponte di volo un caccia Fulmar, con il suo pilota, che furono
entrambi letteralmente disintegrati. L’effetto dell’esplosione nel sottostante hangar C
(il terzo e ultimo da prora) e l’incendiò che si propagò portò alla distruzione di ben
tredici aerei, nove Swordfish carichi di bombe e siluri e quattro Fulmar in corso di
rifornimento, ma causò anche gravi danni alle strutture tra le ordinate 162 e 166 fino
alla corazza del compartimento del timone.
Ad aumentare i danni contribuì subito dopo la quinta bomba che esplodendo
nelle vicinanze del fianco destro, mandò in avaria il congegno elettrico del timone,
che mise l’Illustrious fuori controllo a causa di un allagamento. Il timone resto
bloccato a sinistra e la portaerei cominciò a girare in tondo in mezzo alla flotta,
mentre le squadre antincendio subito intervenute s’impegnarono a spegnere le
fiamme.
55
Due bombe cadute vicino alla prora sul fianco sinistro dell’Illustrious.
Altre due bombe cadute a prua nei pressi dello scafo dell’Illustrious.
56
Alle 12.42 circa, la sesta e ultima bomba, anch’essa ritenuta erroneamente da
500 chili, ma probabilmente da 1.000 chili, colpì il centro del ponte di volo fra l’isola
della portaerei e l’ascensore di poppa, sfondò la corazza in acciaio ed esplose poco
sopra il ponte dell’hangar facendo uno squarcio di 7 metri quadri, incurvando il ponte
corazzato sottostante di 10 centimetri, e scardinando l’ascensore di prua. Attraverso
un varco entrò aria che alimento le fiamme degli incendi dell’hangar C, distruggendo
completamente l’ascensore di poppa. Furono i danni causati al ponte di volo da
questa bomba che rese impossibile di poter far decollare o atterrare aerei sulla
Illustrious.
Gli hangar corazzati dell’Illustrious, A, B e C da prora a poppa. Da Internet, Armored Aircraft
Carriers in World War II.
Altre tre bombe caddero vicinissime alle fiancate della portaerei, aumentandone
le avarie allo scafo. Una delle due bombe, caduta presso la fiancata destra
dell’Illustrious, oltre a provocare un incendio sul ponte della mensa sottufficiali, con
una grossa scheggia, che sfondò la struttura dell’isola, recise i cavi che portavano
l’alimentazione all’impianto radar, che fu messo fuori uso, assieme ai ripetitori della
girobussola e i proiettori da segnalazione. Un'altra bomba, caduta presso il fianco
sinistro, provocò un incendio nel locale di mensa dei Royal Marines. A tutto ciò si
aggiunse che uno Ju.87, colpito nella sua picchiata dalla contraerea, precipito
sull’Illustrious andando a sfasciarsi dentro il pozzo dell’ascensore di poppa,
generando un incendio che nell’hangar contribuì ad aumentare i danni provocati dalle
bombe.[9]
In definitiva, le bombe danneggiarono gravemente il ponte di volo
dell’Illustrious, misero l’apparato radar fuori servizio, distrussero a bordo gran parte
degli aerei, misero fuori servizio la metà dei pezzi contraerei da 114 mm, ossia tutti
quelli nelle torrette binate di poppa, determinarono un grosso incendio a prora e altri
vari incendi nei locali interni, danneggiarono il timone, uccisero parecchi uomini
dell’equipaggio e ne ferirono molti altri. Tra gli equipaggi di volo furono uccisi otto
uomini degli Swordfish degli Squadron 815° e 819°, e altri due furono feriti, e
decedette il pilota di un Fulmar dell’806° Squadron, sottotenente di vascello J.
Marchall, con il suo navigatore N.A. Tallack, il cui aereo era quello che fu colpito
sull’ascensore di poppa.
[9]
B.B. Schofield, La note di Taranto (traduzione da The Attack on Taranto, cit., p. 73-75.
57
Una bomba cade a sinistra della prora dell’Illustrious. Dietro la colonna di acqua e fumo
manovra la corazzata Warspite.
Nel compartimento caldaie gli uomini erano costretti a lavorare tra il fumo
denso e acre, che era aspirato dai ventilatori, ciononostante riuscirono a mantenere
alta la temperatura delle caldaie fino a raggiungere i 140 gradi, meritandosi l’elogio
del comandante Boyd, Nel frattempo nell’hangar, sotto la direzione del capitano di
fregata Tuck e dei tenenti di vascello Jago e Gregory, l’equipaggio si dedicava a
combattere gli incendi, che alle 15.30 furono messi sotto controllo.
Per questo motivo l’Illustrious fu in grado di superare il momento difficile, e
per ordine del comandante Boyd, che mai dubito di poter salvare la sua nave, essa
poté dirigere, con i due cacciatorpediniere Hasty e Jaguar assegnati come scorta,
verso il vicino porto della Valletta, manovrando alla velocità di 17 nodi con le sue
macchine che non avevano riportato danni.[10] La decisione del capitano di vascello
Boyd fu presa perché la sua nave non era più in grado di operare con funzioni di
[10]
Il fatto che fossero stati assegnati alla scorta della Illustrious soltanto due
cacciatorpediniere derivava dal fatto che soltanto altri tre cacciatorpediniere erano disponibili per
scortare le corazzate della Forza A, poi saliti a quattro con l’arrivo del Jervis da Malta.
58
portaerei, e considerando che probabilmente sarebbe diventata invece un
impedimento per la flotta.
Il denso fumo nero degli incendi a poppa dell’Illustrious.
Il termine dell’attacco, durato appena sei minuti e mezzo, L’Illustrious era
rimasta a disporre di scarsa energia elettrica e con il ponte di volo devastato dalle
esplosioni, tanto da apparire come un relitto in fiamme. Essendo sbandata fortemente
a sinistra e con il timone fuori uso, che la costringeva a percorrere larghi circoli,
mentre le altre navi della flotta manovravano per mantenersi a distanza dalla
portaerei, l’Illustrious dimostrò nell’occasione di essere stata ben costruita. Il suo
resistente ponte corazzato aveva impedito alle bombe di penetrare in profondità,
specie le quattro da 250 chili, poiché le portaerei della classe “Illustrious” erano state
costruite con un ponte e una cintura corazzata in acciaio, proprio come le navi da
battaglia. Metodo di costruzione adottato soltanto sulle portaerei britanniche, che se
da una parte limitava negli hangar il numero degli aerei trasportabile a non più di
59
quaranta, rendeva le navi molto sicure e più resistenti di quelle delle altre Marine,
statunitensi e giapponesi (in grado di portare fino a novanta aerei) come fu dimostrato
in altre occasioni.
Una bomba caduta presso lo scafo dell’Illustrious.
60
Un’altra bomba caduta vicino all’Illustrious. Notare i cannoni contraerei binati da 114 a
prora sul fianco sinistro della portaerei puntati sugli Ju.87 alla massima elevazione.
Due degli otto caccia Fulmar dell’806° Squadron che si trovavano in
volo, erano nel frattempo riusciti a riportarsi in quota dopo l’attacco agli aerosiluranti
S.79 del capitano Bernardini, e si erano impegnati in combattimento, in cui
61
intervennero anche gli altri sei caccia, ed insieme avevano contribuirono ad abbattere
due Ju.87 del II./St.G.2. Altri due Stuka, inizialmente dati per perduti dal Comando
del X Fliegerkorps, rientrando alla base danneggiati erano stati costretti ad effettuare
atterraggi di emergenza in località della Sicilia. Di essi uno della 4 a Squadriglia del
II./St.G.2, che era stato colpito dai caccia britannici, si schianto al suolo a
Castelvetrano.
Anche uno dei caccia Fulmar era stato abbattuto. L’osservatore, sottotenente di
vascello R.D. Kensett, restò ucciso mentre il pilota, sottotenente di vascello I.F.
Lowe, ferito a una spalla, riuscì ad ammarare vicino al cacciatorpediniere Nubian
(capitano di fregata Richard William Ravenhill) che lo recuperò prima che l’aereo
affondasse. Lo stesso accadde a uno Swordfish dell’815° Squadron che si trovava in
volo per compiti di scorta antisom. Essendo stato colpito il serbatoio della benzina, lo
Swordfish dovette ammarare vicino al cacciatorpediniere Juno (capitano di fregata St.
John Reginald Joseph Tyrwhitt), che raccolse il pilota, tenente di vascello Charles
Lamb, e i suoi due uomini d’equipaggio.
Gli altri sette Fulmar, assieme a otto Swordfish che si trovavano anch’essi in
volo, non potendo atterrare sull’Illustrious per l’impedimento causato dai crateri delle
bombe e la deformazione del ponte di volo, diressero verso Malta per atterrare
nell’aeroporto di Hal Far. Rifornirsi di benzina e riarmatisi, nel pomeriggio i caccia
tornarono a scortare il gruppo della portaerei, fornendo una preziosa assistenza nel
difendere la loro nave dagli altri attacchi della Luftwaffe e della Regia Aeronautica,
che erano stati pianificati nei comandi tattici di Taormina e Palermo.
I decolli si svolsero in più ondate, con la partecipazione nell’ordine di tre
aerosiluranti S.79 (due della 278a Squadriglia e uno della 279a Squadriglia), di due
formazioni di tre e di sei Ju.87 del 96° Gruppo Tuffatori scortati da tre caccia Mc.200
e tredici Cr.42 del 17° Gruppo del 1° Stormo, di quattordici Ju.87 del I./St.G.1, di
quattordici He.111 del II./KG.26, e infine di altri tre aerosiluranti S.79 della 279 a
Squadriglia. Inoltre, alle 15.45 partirono da Catania tre ricognitori Ju.88D della
1.(F)/121, con l’ordine di tenere sotto controllo le navi britanniche, facendo da radio
faro e volando ad alta quota per evitare di essere attaccati dai caccia Hurricane di
Malta.
I primi tre aerosiluranti S.79 alle 13.15 avvistarono il gruppo di navi che stava
proteggendo il danneggiato cacciatorpediniere Gallant, a 20 miglia a est di Linosa.
Nel frattempo però erano stati rilevati dal radar della corazzata Valiant che subito
avvertì i Fulmar dell’806° Squadron, i quali ritornati da Malta dopo il rifornimento si
trovavano in volo presso le navi. La presenza dei caccia britannici, che attaccarono e
danneggiarono uno degli S.79, costringendo il pilota a interrompere la manovra di
attacco, unita al fatto che l’incrociatore Bonaventure e il cacciatorpediniere Mohawk
avevano aperto il fuoco con le artiglierie contraeree contro gli altri due velivoli
avvistati alla distanza di 7.000 metri. Questa reazione convinse i piloti a desistere
dall’avvicinarsi alle unità nemiche e a rientrare alla base con i siluri, anche perché
essi dichiararono che, durante la manovra, le navi nemiche avevano accostato in
modo da presentare la prua agli aerei attaccanti, mettendosi in posizione per schivare
i siluri.
62
Contro un gruppo di unita navali avvistato a 40 miglia da Pantelleria decollò la
prima formazione del 96° Gruppo tuffatori, costituita da una pattuglia di tre Ju.87
non impiegati la sera del giorno 9, che disponevano di serbatoi supplementari e di
una bomba da 500 chili, entrambi portati in volo durante il trasferimento da Lecce a
Comiso. Una seconda formazione di sei Ju.87 R-2 caricò invece una bomba da 1.000
chili non essendovi a Comiso bombe antinave da 500 chili, com’è scritto in una
relazione del Comando Aeronautica Sicilia inviata a Superaereo.[11] La partenza della
seconda formazione, con i velivoli senza serbatoi supplementari e quindi con
autonomia normale, avvenne quando le navi nemiche entrarono nel loro raggio
d’azione.
La pattuglia dei primi tre Ju.87 della 236a Squadriglia, con piloti il tenente
Fernando Malvezzi, il sergente maggiore Pietro Mazzei e il sergente Giampiero
Crespi, prese il volo da Comiso alle ore 11.45 e diresse su Palermo per unirsi sopra
l’aeroporto alla scorta dell’80a Squadriglia del 17° Gruppo del 1° Stormo Caccia,
costituita da un Mc.200, con pilota il tenente Aldo Felici, e da tre Cr.42 al comando
del tenente Emilio Marchi. Alle 13.00 avvistate cinque navi, di cui una al centro della
formazione in lento movimento, gli Ju.87 attaccarono in picchiata, con gli equipaggi
che, sganciando da una quota di 500 metri, ritennero di aver colpito un incrociatore
con due bombe da 500 chili, una a poppa e una al centro. La conferma sembrò venire
dall’avvistamento da parte di un ricognitore che alle 17.00 segnalò un incrociatore in
avaria, sbandato di oltre 30 gradi, a 20 miglia a nord di Linosa. Si trattava in realtà
del cacciatorpediniere Gallant che a rimorchio del Mohawk dirigeva per Malta alla
velocità inferiore a 5 nodi, scortato dagli incrociatori Bonaventure, Gloucester e
Southampton, e dai cacciatorpediniere Griffin e Diamond. Nel corso dell’attacco una
bomba da 500 chili cadde presso lo scafo del Gloucester, che riporto soltanto danni
minori, sotto forma di infiltrazioni d’acqua alla cupola dell’ecogoniometro.
Gli altri sei Ju. 87 R-2 del 96° Gruppo, cinque della 237a Squadriglia e uno
delle 236a, decollati da Comiso al comando del capitano Ercolano Ercolani,
prelevarono sopra l’aeroporto di Palermo la scorta di undici caccia Cr. 42 del 23°
Gruppo guidata del capitano Luigi Filippi. Quindi gli Ju.87 diressero con rotta a sud
verso l’obiettivo, che dopo mezz’ora di volo fu raggiunto a poche miglia a ovest di
Malta, e che sembrava costituito da una portaerei e due incrociatori, mentre erano
invece i cacciatorpediniere Hasty e Jaguar.
La formazione aerea italiana fu percepita in avvicinamento dal radar della
corazzata Valiant. E quando alle 16.09 gli Ju.87 sopraggiunsero sulla Forza A, per
iniziare l’attacco ripartiti in due pattuglie ciascuna di tre velivoli, furono accolti da
una forte reazione contraerea, poiché nel frattempo era stato ripristinato in parte
l’armamento della portaerei, che ora poteva contare su cinque dei sei pom-pom a otto
canne da 40 mm e sugli otto cannoni da 133 mm delle quattro torri prodiere. Invece,
le quattro torri di poppa da 133 mm mancavano dell’alimentazione elettrica, rimasta
interrotta dall’esplosione delle bombe che avevano colpito l’ascensore poppiero e non
[11]
ASMEUS, Comando Aeronautica della Sicilia, Relazione sulle Operazioni dei giorni 7-
8-9-10-11-12 Gennaio XIX°.
63
ancora ripristinata. Tuttavia il tiro fu disturbato dal fumo denso di un incendio, che si
era sviluppato negli hangar della portaerei e non ancora domato, e che interferiva con
la mira dei cannoni da sottovento.
Formazione di Ju 87 del 96° Gruppo con scorta di caccia Mc.200.
Da Malta, oltre ai Fulmar dell’806° Squadron, furono mandati a scortare le
navi sei caccia Hurricane del 261° Squadron, ma soltanto uno di essi s’impegnò nel
tentativo di attaccare gli aerei italiani, senza successo, perché subito attaccato e
costretto ad allontanarsi da due caccia Cr.42 del 23° Gruppo.
Gli Ju.87R del 96° Gruppo, furono accolti da una reazione antiaerea
violentissima che colpì uno dei velivoli sull’ala destra, e alle 16.04 i bombardieri
picchiarono da prora a dritta sull’Illustrious. Tre Ju.87, accompagnati da altrettanti
caccia, furono visti attaccare la portaerei a dritta di poppa e sui quartieri poppieri, e
altri tre Ju.87, provenendo di prora a dritta, la colpirono a centro nave, a circa 3 metri
e mezzo dall’ascensore di poppa, con una bomba perforante antinave da 1.000 chili.
Altre due bombe del medesimo calibro, cadendo vicino alla portaerei, una presso
l’isola l’altra più a poppa, le produssero sul fianco destro altri danni allo scafo.
Il colpo a segno sul ponte di volo dell’Illustrious da alcune fonti britanniche
attribuito all’ultimo Ju.87 che attaccò, è stato accreditato in Italia ad un pilota della
237a Squadriglia, il sergente maggiore pilota Tullio Bertolotti.[12] Non essendo in
grado di confermarlo, lo riportiamo per dovere di cronaca.[13]
[12]
In Internet, DOGFIGHT. Associazione Ricercatori Storico Aeronautica.
[13]
Uno degli ufficiali dello stato maggiore del contrammiraglio Syfret, vista la bomba
passargli sopra e andare a colpire la portaerei a poppa, disse che le sue dimensioni erano simili a
quelle di un divano del quadrato ufficiali.
64
Nelle due immagini l sergente maggiore Tullio Bertolotti. Sotto e nel suo Ju.87 con il
mitragliere. Da DOGFIGHT. Associazione Ricercatori Storico Aeronautica.
65
L’attacco degli Ju. 87 italiani del 96° Gruppo. Notare la colonna d’acqua sollevata da una
bomba caduta in mare presso l’isola dell’Illustrious e il fumo che si leva dal pozzo
dell’ascensore di poppa.
Nel corso dello stesso attacco degli Ju.87 del 96° Gruppo una bomba cade lontano a poppa
dalla portaerei.
66
Rientrati alle 15.30 a Comiso gli equipaggi degli Ju.87 riferirono che una
bomba aveva sfiorato la fiancata sinistra del centro della portaerei, che aveva vicino
due navi di grosso tonnellaggio (erano i due cacciatorpediniere di scorta), “tanto da
non lasciare che metà dell’impronta circolare nell’acqua”, mentre altre due bombe
erano “cadute entro 5 metri di distanza dalla stessa fiancata”.[14]
Secondo il rapporto del comandante dell’Illustrious l’attacco, erroneamente
assegnato a una formazione di velivoli Ju. 87 tedeschi, non sarebbe stato “bene
sincronizzato e deciso com’era stato quello del mattino”; ma evidentemente si
sbagliava, visto il risultato dell’azione portata a compimento da appena sei velivoli,
che però per il capitano di vascello Boyd erano stati almeno quindici, che attaccarono
in due formazioni, la prima di cinque velivoli la seconda di dieci, più cinque caccia di
scorta. Evidentemente per Ju.87 erano stati scambiati anche parte dei caccia Cr.42
della scorta, i cui piloti, coraggiosamente, accompagnarono nella picchiata i tuffatori.
Ottimisticamente l’Illustrious e il cacciatorpediniere Jaguar ritennero di aver
abbattuto almeno un aereo nemico, che evidentemente era lo Ju.87 che era stato
colpito e danneggiato all’ala destra.
E’ stato anche sostenuto che il nuovo danno all’Illustrious non poteva essere
stato causato degli aerei del 96° Gruppo, in quanto gli equipaggi avevano dichiarato
di aver visto una bomba colpire sul fianco sinistro al centro della portaerei e altre due
bombe cadere in mare vicino allo scafo sul medesimo fianco sinistro, mentre in realtà
gli ordigni erano caduti sul fianco destro, causando soltanto “danni modesti alla
struttura e un contenuto allagamento”.[15] Evidentemente si trattò di dichiarazioni
errate degli equipaggi, dovute al fatto che attaccando da prora, il fianco destro della
portaerei apparve ai piloti italiani della seconda squadriglia (237 a), che colpì in pieno
con una bomba la portaerei, come se fosse il sinistro.
E’ invece certo che il danno riportato dall’Illustrious fu alquanto rilevante, forse
il più grave subito dalla portaerei quel giorno 10 gennaio come sostengono le
relazioni britanniche, e soprattutto i fondamentali libri di Ian Cameron “Red Duster
White Ensign - The Story of the Malta Convoy” e “Wings of the morning”. La grossa
bomba italiana, che colpi in pieno presso il già provato ascensore posteriore
dell’Illustrious, facendolo collassare, e che erroneamente fu ritenuta dai britannici del
peso di 1.000 libbre (453 kg), perforando la corazza del ponte di volo e quella del
[14]
SMAUS, Diario Storico dell’Aeronautica della Sicilia 1941.
[15]
Giuliano Colliva, 10 gennaio 1941, attacco alla HMS Illustrious, periodico Storia
Militare, maggio 2007. A quest’articolo l’Autore di questo saggio rispose con Lettera al Direttore.
L’amico Colliva, purtroppo deceduto da qualche anno, era convinto (come già aveva scritto nel
2004 in un altro suo articolo per Storia Militare) che trasportare una bomba da 1.000 Kg non fosse
possibile per lo Ju. 87, a causa del peso di quell’ordigno che avrebbe impedito il decollo del
velivolo. Sappiamo invece che lo Ju.87 tipo R era in grado di farlo. E Colliva aveva aggiunto che
nell’attacco all’Illustrious erano state usate soltanto bombe da 500 chili, com’era stato sempre
scritto, erroneamente, dagli storici britannici, aggiungendo che i colpi messi a segno sull’Illustrious
nel primo attacco dagli Stuka tedeschi furono sette, mentre, invece, tutte le fonti britanniche portano
a stabilire che erano state sei bombe, quattro delle quali esplose o bordo della portaerei, una esplosa
in mare e un’altra finita in mare senza esplodere.
67
ponte corazzato della sottostante aviorimessa posteriore, andò a esplodere al disotto
dell’hangar, presso l’elevatore delle munizioni.
Il ponte di volo corazzato dell’Illustrious, a centro nave a poppa, dopo che era stato colpito e
perforato dalla bomba da 1.000 chili vicino al pozzo dell’ascensore che è rovesciato. Ne
emerge, per l’esplosione della bomba sotto il ponte corazzato dell’Hangar C, fumo bianco
lungo la linea centrale, mentre altro fumo grigio esce alla stessa altezza dal fianco sinistro
della nave.
Ju.87 della 239a Squadriglia del 96° Gruppo Bombardamento a Tuffo. Fu un velivolo di
questa Squadriglia a colpire la portaerei Illustrious.
68
Oltre ad uccidere istantaneamente una trentina di uomini tra cui alcuni ufficiali
che stavano prendendo una tazza di tè, l’esplosione della bomba causò l’interruzione
dell’energia elettrica, costringendo gli uomini a lavorare al buio e senza poter usare i
ventilatori. Per parecchio tempo vi fu preoccupazione per la sorte della portaerei
stessa, a causa della ripresa di un forte incendio nell’hangar C, che alle 17.30 fu
considerato fuori controllo. Ne conseguì che, per evitare l’esplosione delle munizioni,
il comandante Boyd fu allora costretto a permettere l’allagamento di alcuni depositi.
Alle 17.30 il fuoco, come detto, era segnalato fuori controllo. Ovunque a poppa
e nel quadrato ufficiali l’incendio si estendeva verso l’alto e lungo l’hangar attraverso
i compartimenti squarciati, dove si trovavano intrappolati per la caduta di rottami un
centinaio di uomini. Da un tubo di trasporto della benzina rotto sprizzavano fiamme
che si estendevano attraverso i passaggi saturi di fumo nero. I ponti e le pareti
corazzate arroventate dal grande calore erano al color bianco. L'acqua spruzzata
abbondantemente dai tubi antincendio nell’hangar, evaporando sollevava nuvole di
vapore bianco che si mescolava con il fumo nero delle fiamme che ora usciva da ogni
apertura o squarcio della portaerei, che per l’acqua di mare imbarcata nell’opera di
spegnimento degli incendi, assunse uno sbandamento di 5 gradi poco dopo corretto.
Dalla voragine dell’ascensore di poppa dell’Illustrious, colpito e in fiamme, continuano a
levarsi colonne di fumo e vapore.
69
L’ascensore prodiero dell’Illustrious. Ai due lati le torrette binate dei cannoni contraerei da
114 mm. In quel punto, già colpito dalle bombe tedesche, arrivò la bomba italiana da 1.000
chili.
Ci volle un'altra ora e mezzo di sforzi tenaci per domare le fiamme e rimediare
ai danni riportati dall’Illustrious, prima di considerare terminato lo stato di
emergenza. In questo frattempo, mentre si svolgeva la lotta delle squadre antincendio
tutte impegnate con manichette ed estintori, l’equipaggio si dedicava a spostare le
munizioni dai depositi minacciati dalle fiamme, a trascinare gli uomini feriti in zone
più sicure, e a puntellare le paratie pericolanti, in un’atmosfera di lavoro che si
svolgeva al buio tra rumori, fumo e forte calore, senza che gli uomini potessero
usufruire di cibo e di riposo.
Fortunatamente per la portaerei, che si trovava a 25 miglia a ovest di Malta,
ancora una volta le macchine, protette dalle grosse corazze dei ponti superiori, non
erano state danneggiate, e l’Illustrious fu in grado di aumentare la velocità fino a
raggiungere in serata i 21 nodi.
70
Le devastazioni nel pozzo dell’ascensore di poppa della Illustrious.
Alle 07.15 sopraggiunse una formazione di quattordici Ju. 87 tedeschi del
I./St.G.1, ai quali in Gran Bretagna per moltissimi anni è stato erroneamente
accreditare il descritto indiscutibile successo italiano. L’attacco si sviluppò 15 miglia
a ovest di Malta, oltre un’ora dopo che si era conclusa l’azione del 96° Gruppo
Tuffatori; ma l’intervento degli Stuka fu diretto contro il gruppo delle corazzate
Warspite e Valiant. L’attacco, si sviluppò a 15 miglia a ovest di Malta, oltre un’ora
dopo che si era concluso quello del 96° Gruppo Tuffatori. Segnalato alle 16.56 alla
distanza di 52 miglia dal radar 79Z della Valiant, che in mancanza di quello
dell’Illustrious ancora in avaria fece un ottimo lavoro, il gruppo degli Ju.87 fu
scortato sull’obiettivo da diciassette caccia distruttori Bf. 110 del III./ZG.26, al
comando del capitano Karl Kaschka. Gli Stuka, avvistati alle 17.10 dalle navi già
allertate, svolsero un largo giro intorno alla Forza A per portarsi di poppa contro sole,
e mentre dirigevano per realizzare l’attacco furono accolti dal tiro di sbarramento
delle navi, ed anche contrastati da tre caccia Fulmar dell’806° Squadron
dell’Illustrious, rientrati da Malta dopo il rapido rifornimento. L’intervento dei
caccia, guidato per radio dalla Valiant, fu provvidenziale perché intralciò l’attacco
degli Ju.87 e ne costrinse tre a liberarsi della pesante bomba da 1.000 chili
sganciandola in mare.
71
Bf.110 della 8a Squadriglia del 3° Gruppo del 26° Stormo Caccia Pesante (8/ZG.26).
Gli equipaggi tedeschi, ancora una volta guidati dal loro comandante di gruppo
capitano Paul-Werner Hozzel, essendo stati costretti dai Fulmar a svolgere un tiro
impreciso, riferirono di aver piazzato alcune bombe da 250 chili e tre da 1.000 chili
presso una nave da battaglia e di aver colpito con una bomba da 250 chili un
cacciatorpediniere. In effetti, come appare dai rapporti dell’ammiraglio Cunningham
e dell’Ammiragliato britannico, l’obiettivo degli Stuka fu costituito dalla Valiant
(capitano di vascello Charles Eric Morgan), che per un colpo vicino ebbe a riportare
danni superficiali di schegge, che uccisero un uomo. Altre due bombe caddero
anch’esse vicino allo scafo della corazzata, ma senza fare danni, mentre un’altra
bomba, che non esplose, mancò di poco uno dei cacciatorpediniere della scorta, il
Janus (capitano di fregata Joh Antony William Tothill), che era arrivato da Malta per
rinforzare la scorta della Forza A. Uno Ju. 87 fu abbattuto dalle artiglierie del
cacciatorpediniere Jaguard (capitano di corvetta John Franklin William Hine),
mentre secondo un’altra fonte ad abbatterlo sarebbe stato un Fulmar dell’806°
Squadron. Rientrando alla base gli altri tredici Ju.87 andarono ad atterrare a Catania
invece che a Trapani.
Alle 17.45 sopraggiunsero sulle unità navali britanniche otto bombardieri
He.111 del II./KG.26, decollati da Comiso al comando del maggiore Wilhelm
Bertram. Tuttavia, i velivoli tedeschi, che erano armati ciascuno con una bomba da
1000 kg, non riuscirono a colpire l’Illustrious attaccata, da quote comprese tra 4.500
e 5.600 metri, a una distanza, secondo i rapporti tedeschi, di 45 miglia a ovest di
Malta. Altri sei velivoli del medesimo reparto, causa la sopraggiunta oscurità e la
cattiva visibilità, non poterono rintracciare il gruppo navale dell’Illustrious. Rientrati
alla base, gli equipaggi dei bombardieri che avevano attaccato sostennero di aver
colpito la portaerei con una bomba.
72
La salva delle bombe da 1.000 chili sganciate da alta quota da una formazione di He.111 del
II./KG.26 cadono nei pressi dell’Illustrious.
Infine, a conclusione delle azioni aeree della giornata, per attaccare ancora le
navi britanniche segnalate 70 miglia a sud di Pantelleria, alle 17.40 decollò da
Catania una terza pattuglia di tre S. 79, due della 279a Squadriglia Aerosiluranti e uno
della 278a; ma le condizioni atmosferiche sfavorevoli, con scarsa visibilità e densa
foschia che arrivava fino al livello del mare, non permisero agli equipaggi di
avvistare l’obiettivo. Secondo i rapporti britannici, l’Illustrious, che si trovava a 5
miglia da Malta, alle 19.22 con il sole già tramontato e in piena luce lunare si accorse
della presenza di aerei a prua a dritta. La portaerei ritenne si trattasse di due
aerosiluranti, e contro di essi, come deterrente, sparò una raffica alla cieca con i pom-
pom, per poi vedere i velivoli che si allontanavano.
Durante la fase di atterraggio a Catania l’S.79 della 278 a Squadriglia, con pilota
il tenente Carlo Emanuele Buscaglia, a causa dell’eccessiva velocità determinata dal
vento in coda, superò il limite della pista di volo, per poi andare ad urtare contro
alcuni ostacoli, riportando danni riparabili in pochi giorni nella locale officina.
L’equipaggio usci indenne, ma l’ufficiale osservatore della Marina, tenente di
vascello Giovanni Sleiter, riportò contusioni alla spalla sinistra guaribili in quindici
giorni.
73
10 gennaio 1941. L’S. 79 della 278a Squadriglia Aerosiluranti del tenente Buscaglia che,
atterrando nell’aeroporto di Catania ad eccessiva velocità causa il vento in coda, superò la
pista di volo andando ad urtare contro alcuni ostacoli. L’aereo porta ancora la numerazione
della 67a Squadriglia che in quei giorni aveva ceduto tre suoi S.79 alla 278à. Notare davanti al
velivolo il suo siluro, fortunatamente non esploso.
Con un deludente risultato si svolse anche la missione di un altro aerosilurante
della 279a Squadriglia, decollato da Catania per una ricerca notturna che non portò ad
alcun avvistamento.
La sera di quello stesso 10 gennaio, alle ore 21.00, l’Illustrious, che era sempre
accompagnata dai cacciatorpediniere Hasty e Jaguar, raggiunse Malta, ed entrò nel
Grand Harbour trainata da un rimorchiatore. Ma l’incendio che divorava i suoi locali
interni fu spento soltanto alle ore 03.00 del giorno 11. I morti della portaerei furono
centoventisei, i feriti novantuno.
Complessivamente l’Illustrious era stata colpita da sette bombe, una delle quali
non esplosa, un'altra esplosa in mare dopo aver perforato il ponte prodiero della
portaerei, ed altre erano cadute vicino allo scafo. In oltre uno Ju.87 tedesco, colpito
dalla contraerea e precipitando, era andato a colpire presso l’ascensore di poppa.
Da parte tedesca nelle azioni della giornata del 10 gennaio andarono perduti tre
Ju.87. Tra i caduti vi fu anche il tenente Gerhard Grenzel, della Squadriglia 2./St.G.1,
uno degli assi del bombardamento a tuffo insignito della Ritterkreuz, la croce di
cavaliere della croce di ferro. Gli altri due Stuka non rientrati alla base, uno della
Squadriglia 3./St.G.1 e l’altro della 5./St.G.2, erano rispettivamente pilotati dal
sergente Karl Jugerman e dal tenente Helmuth Leesch. Una sola perdita riportarono i
74
reparti aerei italiani poiché, come detto, un aerosilurante S.79 della 278 a Squadriglia
nel rientrare danneggiato a Pantelleria atterrando senza carrello si sfasciò al suolo e fu
dichiarato fuori uso.
Le condizioni dell’ascensore prodiero dell’Illustrious incastrato sul ponte di volo. Fu in
particolare questo danno che impedì alla portaerei di far decollare e atterrare i suoi aerei.
Le rinunce all’intervento navale italiano
La sera del giorno 11 gennaio Supermarina, essendo stata informata dei danni
che erano stati causati dall’aviazione a una portaerei britannica, che appariva in
difficoltà a ponente di Malta, con il messaggio n. 90987 ordinò alla Squadra Navale
dell’ammiraglio Iachino di salpare dal porto di Spezia, per dirigere verso lo Stretto di
Messina. Quindi doveva raggiungere alle ore 08.00 dell’indomani 12 un punto a 20
miglia a levante di Punta Santa Croce (Augusta), con gli incrociatori della 1a e 7a
Divisione che, provenienti da Taranto e Brindisi, si sarebbero trovati 10 miglia del
punto suddetto con rotta sud alla velocità di 18 nodi. Al passaggio per lo Stretto di
Messina si sarebbe aggiunte alle navi da battaglia provenienti dalla Spezia anche le
unità della 3a Divisione Navale dell’ammiraglio Luigi Sansonetti, costituite dagli
incrociatori Trieste (ammiraglio Luigi Sansonetti), Trento e Bolzano,e dai
cacciatorpediniere dell’11a Squadriglia Aviere, Geniere e Camicia Nera.
Le corazzate della Squadra Navale Vittorio Veneto e Andrea Doria, scortate da
otto cacciatorpediniere, al comando dell’ammiraglio Angelo Iachino, presero il mare
dalla Spezia poco prima delle 05.00 dell’11 gennaio. E come ordinato da
Supermarina, superata la rotta di sicurezza, le navi diressero verso lo Scoglio Africa,
per poi puntare con rotta diretta sullo Stretto di Messina alla velocità di 20 nodi,
scortate per compito antisom da due idrovolanti Cant.Z.501 della Ricognizione
75
Marittima, che si mantennero tranquillamente nel cielo delle navi tra le 07.45 e le
14.20.
Ma, data la distanza in cui si trovava l’Illustrius si tratto soltanto di una
missione forse dimostrativa nei confronti dei tedeschi, del tutto inutile ai fini militari,
salvo a servire come addestramento per la Doria che ne aveva ancora bisogno, poiché
alle 15.45 dell’11, all’altezza della Maddalena, la Squadra Navale, con il messaggio
n. 79328 di Supermarina ebbe l’ordine:“Rientrare base di partenza”.[1] Ciò fu
commentato nel dopoguerra dall’ammiraglio Iachino, scrivendo che, per attaccare la
portaerei, “la distanza che dovevamo percorrere era troppo forte per permetterci di
arrivare tempestivamente nelle acque di Malta, e alla fine Supermarina decise di
rinunciare nell’intervento delle nostre navi in questa occasione”.[2]
Se, effettivamente, vi fosse stata l’intenzione di cercare di raggiungere la
portaerei o altre unità navali come fu segnalato da Supermarina, questo compito
potevano assolverlo soltanto gli incrociatori pesanti che si trovavano a Messina, e
quelli che dovevano arrivare da Taranto e da Brindisi. Ma non ve ne fu certamente
alcuna intenzione, anche in considerazione del fatto che gli incrociatori avrebbero
potuto trovarsi di fronte navi da battaglia, contro le quali l’intervento, secondo quanto
stabilito da Supermarina, in quel periodo era da escludere, anche se fossero state
mandate le due corazzate della Squadra Navale. Era stato stabilito che due corazzate
italiane avrebbero potuto affrontare una nave da battaglia nemica, ma non in
condizioni di parità e tanto meno di superiorità del nemico.[3]
Poi, il 13 gennaio, in seguito alle segnalazioni crittografiche della 5 a Sezione del
Servizio Informazioni Segreto della Regia Marina (Maristat), Supermarina venuta a
conoscenza che l’incrociatore britannico Perth e altre unità imprecisate partite
all’alba dello stesso giorno 13 da Atene sarebbero arrivare a Malta alle 08.30 del 14,
ordinò alle 3a Divisione e all’11a Squadriglia, di raggiungerle, ma con la condizione
”impegnandosi solo in condizioni favorevoli”.
[1]
AUSMM, Comando in Capo Squadra Navale, “Rapporto di missione”, Squadra Navale,
cartella n. 9.
[2]
Angelo Iachini, Operazione Mezzo Giugno, Mondadori, Milano, 1955, p. 97.
[3]
Francesco Mattesini, Corrispondenza e Direttive tecnico operative di Supermarina –
Scacchiere Mediterraneo, Volume II, tomo 1° (gennaio 1941 – giugno 1941), USMM, Roma, 2001,
Documento n. 1 del 3 gennaio 1941, p. 81 sg.
76
Il Bolzano, era l’incrociatore pesante più moderno e veloce della Regia Marina. Faceva parte
della 3a Divisione Navale dell’ammiraglio Luigi Sansonetti.
Partita da Messina alle 23.40, per poi aumentare gradualmente l’andatura a 25
nodi con rotta sud, la 3a Divisione, dopo aver assunto alle 04.30 “Posto di
combattimento generale”, alle 15.00 ricevette dall’ammiraglio Sansonetti l’ordine, di
invertire la rotta e rientrare alla base. Un’iniziativa presa autonomamente dal
Comandante della 3a Divisione Navale, e segnalata a Supermarina e al Comando della
Squadra Navale, con la motivazione delle sopraggiunte condizioni atmosferiche
sfavorevoli per arrivare un incontro notturno con il nemico, avendo dovuto ridurre la
velocità a 20 nodi per il mare grosso.[4]
[4]
AUSMM, Comando 3a Divisione Navale, Rapporto sulla missione del 14 gennaio, e
Comandi Navali Complessi, cartella n. 11, fascicolo n.10.
77
A sinistra l’ammiraglio Vito Sansonetti, Comandante della terza Divisione Navale, in una
immagine dell’anteguerra quando era alla guida della 7a Divisione Navale. Al suo fianco il
capitano di vascello Federico Martinengo, allora comandante dell’incrociatore Muzio
Attendolo.
Una delusione avvenne anche da parte dei tre sommergibili che il 10 gennaio si
trovarono nella zona attraversata dalle navi britanniche, il Fratelli Bandiera, Santorre
Santarosa, e Ruggero Settimo. Il Bandiera (tenente di vascello Pietro Prosperini)
rilevò all’idrofono scoppi di sei bombe a 30 miglia a sud-est di Pantelleria. Il
Santarosa capitano di corvetta Guido Cascia), che si trovava 60 miglia a est del
Bandiera fu sottoposto al lancio di una sessantina di bombe di profondità, ma non
riportò alcun danno. Il Settimo (capitano di corvetta Mario Spano), che era a circa 80
miglia a levante di Malta, tra le 14.16 e le 15.30 rilevò all’idrofono rumori di eliche
che si spostavano verso levante, e manovrò per avvicinarsi per la rotta più breve. Ma
per quanto il comandante Spano avesse controllato al periscopio non riuscì ad
avvistare nulla.
Calata la notte, il Settimo avvistò due incrociatori del tipo”Liverpool” e li
attaccò alle 22.10, in lat. 35°22’N, long. 16°15’E, lanciando tre siluri contro l’unità di
testa. Si trattava evidentemente degli incrociatori britannici della 3a Divisione,
78
Gloucester e Soutampton. Subito dopo l’attacco il sommergibile si immerse
rapidamente, e furono udite distintamente due esplosioni, per poi rilevare agli
idrofoni una sola sorgente sonora, quindi una sola nave che si ritenne avesse lanciato
bombe di profondità in due riprese, per poi allontanarsi in direzione di Malta. Nessun
documento britannico da noi consultato riporta quest’azione, e risulta che gli
incrociatori non si accorsero di nulla.
L’affondamento dell’incrociatore Southampton
Mentre la danneggiata portaerei Illustrious dirigeva verso il porto della Valletta
a discreta velocità, le corazzate e gli incrociatori della Mediterranean Fleet
proseguirono la rotta verso oriente proteggendo, oltre i tre rimanenti piroscafi del
convoglio dell’operazione Excess, Clan Cumming, Clan Mac Donald e Empire Song
(che avevano subito da alta quota un solo attacco di tre aerei He.111 del II./KG.26
alle 13.40 del 10 gennaio) le navi di un altro convoglio. Si trattava del convoglio
ME.6, partito da Malta alle 07.00 del 10 gennaio diretto ad Alessandria e Porto Said,
e costituito dai piroscafi Devis, Hoegh Hood, Rodi, Trocas e Volo, dalle cisterne
Plunleaf e Pontfield, e dalle quattro corvette di scorta Salvia, Hyacinth, Gloxinia e
Peony. Al convoglio ME.6 si aggiunse, per rafforzare la difesa ravvicinata contro
attacchi dal cielo, l’incrociatore contraereo Calcutta (capitano di vascello Dennis
Marescaux Lee), che ricevette l’ordine di lasciare il convoglio Excess che aveva
raggiunto il mattino del 10. Per la protezione ravvicinata dell’ME.6 vi erano gli
incrociatori della Forza D del vice ammiraglio Pridham Wippell, Orion, Perth, Ajax e
York che, arrivati da Suda, nel corso della notte, restando in attesa del convoglio,
avevano incrociato verso nord e verso est di Malta.
Un terzo convoglio, il ME.5½, con i piroscafi veloci Lanarkshire e Waitera,
dirette ad Alessandria, era salpato da Malta il mattino del 10 sotto la scorta del
cacciatorpediniere Diamond, per raggiungere il convoglio Excess e proseguire quindi
con esso fino a quando non fosse stato raggiunto il punto nel quale le navi del ME.5½
dirette ad Alessandria dovevano accostare verso sud per passare al largo di Creta,
mentre il convoglio Excess doveva proseguire per il Pireo. I due convogli si
incontrarono nel pomeriggio e il piroscafo Essex lasciò il convoglio Excess per
andare a Malta, scortato dal cacciatorpediniere Hero che, dopo aver visto il
mercantile entrare nel Grand Harbour, si allontano a grande velocità per raggiunse la
Forza A.
La Forza D accompagnò il convoglio ME.6 diretto verso est fino all’inizio della
notte del 10 e quindi, lasciando a protezione del convoglio l’Ajax e lo York,
l’ammiraglio Pridham-Wippell diresse con l’Orion e il Perth verso un appuntamento
che era stato fissato con la Forza A per il giorno successivo. Ma le corazzate
dell’ammiraglio Cunningham, in seguito agli attacchi aerei subiti nel pomeriggio,
erano in considerevole ritardo e molto di poppa al convoglio Excess, che era esposto
a possibili attacchi delle italiane provenienti da Taranto e da Brindisi, nei cui porti si
79
trovavano, tre divisioni d’incrociatori (1a, 7a e 8a) per la difesa del Canale d’Otranto,
dove passavano i convogli per l’Albania.
L’incrociatore Orion nave di bandiera del vice ammiraglio Pridham-Wippell comandante
delle Forze Leggere della Mediterranean Fleet e nell’operazione MC.4 della Forza D.
L’incrociatore contraereo Calcutta che fu assegnato alla scorta del convoglio ME.6, partito
dalla Valletta e diretto a Alessandria e Porto Said.
80
Pertanto, anche la Forza A diresse verso nord e, riguadagnando cammino
durante la notte, all’alba dell’11 gennaio arrivo a circa 25 miglia dal convoglio
riunendosi con gli incrociatori Orion e Perth, per poi restarvi fino al pomeriggio
quando la Forza D ricevette dall’ammiraglio Cunningham l’ordine di raggiungere gli
incrociatori della 3a Divisione Gloucester e Southampton che, trovandosi sotto attacco
aereo, avevano segnalato di aver riportato considerevoli danni. Il comandante della 3a
Divisione incrociatori, contrammiraglio Renouf, aveva ricevuto l’ordine di
raggiungere il convoglio ME.6, poiché con la partenza dell’incrociatore Ajax,
destinato ad altro incarico, la sua protezione era rimasta affidata soltanto
all’incrociatore York e alle quattro corvette Salvia, Hyacinth, Gloxinia e Peony.
Tutti i gruppi navali britannici che si spostavano verso levante, vennero a
trovarsi la mattina, dell’11 gennaio, entro il raggio d’azione dei bombardieri tedeschi
del X Fliegerkorps, i cui ricognitori Ju.88D della 1.(F)/121 segnalarono che le unità
nemiche navigavano per levanti suddivise in due gruppi, ciascuno costituito da unità
maggiori e da piroscafi. Il gruppo maggiore, che si trovava più a nord, dirigeva verso
la costa orientale della Grecia, passando per il Canale di Cerigo, tra le coste
nordoccidentali di Creta e Capo Matapan (Peloponneso), il secondo gruppo dirigeva
più a sud verso l’Egitto.
***
Nella notte sull’11 gennaio, il Comando operativo del X Fliegerkorps,
prevedendo che l’indomani vi sarebbero state grosse unità britanniche nella zona sud
e sud-est della Sicilia, e probabilmente altre unità danneggiate nella zona di Malta,
ordinò alla Squadriglia da ricognizione strategica 1.(F)/121 di mandare al mattino
nelle due zone tre velivoli Ju.88D. Al velivolo a cui spettava di sorvolare la zona di
Malta fu richiesto di fotografare possibilmente il porto, per individuare le unità navali
che vi si trovavano, e portare al più presto a conoscenza il risultato delle fotografie. A
tutti i ricognitori era poi chiesto che in caso di avvistamento di unità navali dovevano
tenere il contatto col nemico fino all’esaurimento della riserva del carburante, prima e
anche dopo l’attacco delle formazioni offensive per osservarne il risultato.
Ju.88D della 1.(F)/121 nella colorazione desertica.
81
Velivolo da ricognizione Ju.88D della 1.(F)/121. Il pilota è il capitano Erwin Fischer
comandante della Squadriglia.
L’impiego delle forze offensive era assegnato al 3° Stormo Stuka (St.G.3), i cui
velivoli Ju.87, come negli attacchi del giorno precedente, dovevano portare bombe da
1.000 chili, e serbatoi supplementari vuoti, oppure bombe da 250 chili, con serbatoi
supplementari pieni. Il 3° Gruppo del 26° Stormo Caccia Distruttori (III./ZG.26),
doveva scortare gli Ju.87 con tutti i Bf.110 disponibili. Infine il 2° Gruppo del 26°
Stormo Bombardamento (II./KG.26) doveva essere pronto per la partenza di tutti i
suoi velivoli He.111 dalle ore 10.30 con carico di due bombe da 1.000 chili. Tuttavia
dovendo volare a grandi distanze per raggiungere gli obiettivi navali, e fare il pieno
del carburante imbarcandone 2.500 litri, fu deciso che il carico bellico per ogni
velivolo doveva essere costituito da una sola bomba da 1.000 chili.
Da parte italiana, il Comando dell’Aeronautica della Sicilia mandò in
ricognizione gli S.79 del 30° Stormo da bombardamento del colonnello pilota
Arnando Lubelli, che impiegò le squadriglie 192a, 193a e 195a dell’87° e 90° Gruppo
di base a Sciacca; ma il loro impiego fu un vero fallimento poiché i velivoli andarono
a ricercare il nemico dove non si trovava, e quindi non fecero alcun avvistamento.
Anche una ricognizione a vista sul porto della Valletta, assegnata a nove caccia
Mc.200 del 6° Gruppo, al comando del capitano Giuliano Giacomelli, ebbe scarso
successo. Soltanto tre velivoli furono in grado di raggiungere l’obiettivo, ma pur
volando alla quota di 800 metri non riuscirono a rilevare la presenza dell’Illustrious
82
che si trovava ormeggiata nella rada di French Creek, ma individuarono soltanto un
incrociatore e due piroscafi in navigazione verso Marsa Scirocco.
Infine, durante una crociera di vigilanza sul cielo di Catania, due caccia Mc.200
avvistarono un velivolo da ricognizione Maryland della 431a Squadriglia (Flight) del
69° Squadron, che stava rientrando a Malta dopo una missione sul porto di Taranto, e
che fu abbattuto in fiamme dal capo pattuglia tenente Antonio Palazzeschi.
Decedettero il pilota del Maryland, sergente maggiore Rene Duvauchelle, e i due
uomini d’equipaggio, sergenti Jacques Mehouas e G. Taylor.
Formazione a cuneo di trimotori S.79 della 193a Squadriglia dell’87° Gruppo del 30° Stormo
Bombardamento Terrestre. Nel contrasto all’Operazione Excess i velivoli dello Stormo furono
impiegati esclusivamente per le ricognizioni.
Nel frattempo i tedeschi non persero tempo e, come’era stato stabilito dal
Comando del X Fliegerkorps, non appena un ricognitore Ju.88D della Squadriglia
1.(F)/121 segnalò alle 09.40 la presenza di due incrociatori e di un cacciatorpediniere
a 160 miglia a est di Capo Passero, fu dato l’ordine di decollo. Alle ore 13.00 partì un
He.111 del II./KG.26 per attaccare a bassa quota uno dei convogli segnalati dai
ricognitori, probabilmente il ME.6. Alle 12.10 decollò una formazione trentacinque
Ju.87 del II./St.G.2, guidati da un He.111 del II./KG.26 e scortati da 13 caccia Bf.110
del III./ZG.26, per attaccare i due incrociatori e il cacciatorpediniere segnalati alle ore
09.40 a 45 miglia ad est di Malta. Naturalmente erano il Gloucester, il Southampton e
il Diamond, che dovevano rinforzare la scorta del convoglio ME.6, come era stato
ordinato dall’ammiraglio Cunningham. Alle 14.00 decollò una formazione di undici
83
bombardieri He.111 del II./KG.26 per attaccare forze navali segnalate alle ore 11.00 a
150 miglia a sud-est di Malta, ossia probabilmente la Forza A oppure gli incrociatori
della Forza D.
L’incrociatore Southampton con la mimetizzazione dalle unità della Flotta del Mediterraneo
fotografato in navigazione da un aereo britannico.
Alle ore 15.22 del’11 gennaio, gli incrociatori Gloucester e Southampton e il
cacciatorpediniere Diamond, procedendo con rotta 105° alla velocità di 22 nodi, si
trovavano in lat. 34°56’N, long. 18°19’E, posizione corrispondente a circa 30 miglia
di poppa al convoglio ME.6 e a una distanza di circa 220 miglia a levante della Sicilia
e a 285 miglia da Malta. Improvvisamente le tre navi furono attaccate,
completamente di sorpresa, dalla formazione degli Ju 87 del II./St.G.2, guidati dal
capitano Walter Enneccerus, non preavvertita perché nessuna delle tre unità aveva il
radar, e a bordo gli uomini si ritenevano “già liberi da una possibile minaccia aerea,
con ufficiali ed equipaggi che si riposavano, allentando la loro vigilanza dopo
quattro faticose giornate”.[5] Poiché otto velivoli del II./St.G.2 erano stati costretti a
invertire la rotta e dirigere per rientrare alla base a causa delle cattive condizioni
atmosferiche, giunsero sull’obiettivo ventisette Ju.87.
Il Gloucester (capitano di vascello Henry Aubrey Rowley), attaccato dagli
Stuka che arrivarono sul bersaglio dalla direzione del sole, riportò alcuni danni per
due esplosioni nelle vicinanze dello scafo; ma l’incrociatore fu fortunato perché una
bomba da 250 chili, pur colpendo nella struttura della plancia e attraversando ben
cinque ponti non esplose.
Il Southampton (capitano di vascello Basil Charles Barrington Brooke) non fu
altrettanto aiutato dalla sorte. Colpito nel quadrato e nella mensa ufficiali da due
bombe da 250 chili, s’incendiò pericolosamente. Per qualche tempo l’equipaggio fu
[5]
Relazione dell’ammiraglio Cunningham, Operation Excess, in Supplement of the London
Gazette, 10 August 1948.
84
in grado di combattere le fiamme e mantenere la nave in funzione e sotto controllo, a
una velocità di 20 nodi. Mezz’ora dopo che i due incrociatori erano stati colpiti, si
svilupparono da alta quota gli attacchi portati dagli undici bombardieri tedeschi
He.111 del II./KG.26 guidati dal maggiore Bertram. L’attacco non ebbe alcun esito
positivo, ma costrinse il Gloucester a schivare con la manovra una salva di bombe
antinave da 1.000 chili.
Rientrati alla base gli equipaggi degli Ju.87 riferirono di aver colpito un
incrociatore con una bomba da 250 chili, e di aver piazzato bombe dello stesso
calibro sulle altre navi. Considerarono forte la reazione contraerea.
In questa fotografia l’istante in cui l’incrociatore Southampton è colpito da una delle due
bombe sganciate dagli Ju 87 del II./St.G.2.
Informato dal contrammiraglio Renouf di quanta stava accadendo alla 3a
Divisione, e dei danni riportati dal Southampton, l’ammiraglio Cunningham accorse
in loro aiuto, mandando avanti il vice ammiraglio Pridham-Wippel con due dei suoi
incrociatori della Forza D, l’Orion e il Perth, che però non arrivo in tempo, poiché
l’incendio del Southampton si allargò, tanto da rendere impossibile l’allagamento di
alcuni depositi di munizioni. Dopo aver cercato per circa quattro ore di salvare
l’incrociatore, alle ore 19.00, col fuoco che ormai non poteva più essere controllato,
85
gli ufficiali e gli uomini dell’equipaggio dovettero cessare i loro tentativi. Il
Southampton venne abbandonata in lat. 34°54’N, long. 18°24’E, e i
settecentoventisette uomini dell’equipaggio, dei quali settantotto erano feriti, furono
raccolti dal Gloucester e dal Diamond (capitano di corvetta Philip Alexis Cartwright).
Le perdite dell’incrociatore assommarono a cinquantadue uomini, tra cui ben
ventisette ufficiali.
Dopo che la nave era stata abbandonata, il Gloucester lanciò un altro siluro
contro il Southampton per dargli il colpo di grazia, ma con scarso effetto. Verso le ore
20.00 sopraggiunse il vice ammiraglio Pridham-Wippell con l’incrociatore Orion,
inviato con altre unità nella zona per rafforzare la protezione del Gloucester. Prima di
allontanarsi l’Orion (capitano di vascello Geoffrey Robert Bensly Back) affondò il
Southampton lanciando tre siluri.[6]
Il capitano Walter Enneccerus, comandante del II./LG.1, il Gruppo che affondò l’incrociatore
Southampton, in volo sul mare nella cabina di pilotaggio del suo Ju 87.
Nel corso dell’attacco ai due incrociatori andarono perduti due Ju.87 il che
portò il totale delle perdite subite in due giorni dai reparti dello St.G.3 a cinque
velivoli: tre del II./St.G.2 e due del I./St.G.1. Circa i risultati strategici conseguiti
nell’occasione dal X Fliegerkorps, con perdite tanto modeste, è significativo quanto è
scritto in una relazione dell’Ammiragliato britannico:[7]
[6]
AUSMM), “Admiralty - I convogli nel mese di gennaio 1941, l’Excess”, fondo Scambio
notizie con Ammiragliato britannico.
[7]
Ibidem. * Dopo l’affondamento del Southampton e il danneggiamento del Gloucester, alle
08.00 del 12 gennaio il cacciatorpediniere Diamond si unì al convoglio ME 5 1/2, nel frattempo
raggiunto dagli incrociatori Ajax, Orion, Perth e York, salpati il 10 gennaio dalla Baia di Suda. Il
86
Nessuna delle 14 navi dei 4 convogli era stata perduta, ma la flotta, invece,
aveva pagato a duro prezzo la sua sicurezza. I bombardieri in picchiata tedeschi
erano apparsi nella zona di operazioni portando “un potente nuovo fattore” nel
Mediterraneo dove la indiscussa supremazia della flotta sopra i piloti italiani aveva
fino a quel momento reso possibile lo svolgimento del suo compito senza eccessivi
rischi. Da questo momento una seria minaccia pendeva sopra le rotte siciliane e il
viaggio per Malta doveva diventare un pericoloso rischio.
La corazzata Valiant. Era insieme alla portaerei Illustrious, una delle poche navi della
Mediterranean Fleet ad avere il radar all’epoca dell’Operazione Excess. Quando l’Illustrious
non poté più usare il proprio radar, fu la Valiant a trasmettere alla Forza A la scoperta degli
aerei nemici e a dirigere contro di essi i caccia in volo.
convoglio ME.6, lasciato dalle corvette Hyacinth, Gloxinia, Peony e Salvia inviate a Suda, arrivò ad
Alessandria il giorno 13, mentre parte degli incrociatori furono nel frattempo assegnati ad altri vari
servizi, sempre connessi con lo spostamento delle navi verso oriente.
87
La rotta dei convogli Excess e ME.5½ e ME.6 nel Mediterraneo Centrale, e la posizione degli
attacchi degli aerei tedeschi e italiani.
L’annullamento dell’Operazione MC.6
Secondo il piano originale dell’Operazione MC.6, al termine dell’Operazione
“Excess” la Mediterranean Fleet avrebbe dovuto iniziare una serie di attacchi sulle
rotte del traffico mercantile lungo le coste italiane, anche in Adriatico, ma i danni
riportati dall’Illustrious obbligarono a sospendere lo svolgimento di tale progetto e a
costringere l’ammiraglio Cunningham a rientrare con le sue navi ad Alessandria.
Al riguardo nella Relazione mensile di gennaio 1941 del Diario di Guerra della
Mediterranean Fleet, é scritto quanto segue:[8]
[8]
Ibidem.
88
Fu presto realizzato chiaramente che senza una adeguata protezione di caccia
non soltanto avremmo dovuto sospendere l’invio di convogli attraverso il
Mediterraneo ma che la flotta stessa avrebbe corso seri rischi operando di giorno in
zone raggiungibili dai bombardieri in picchiata. In mancanza di una moderna
portaerei [restava ad Alessandria solo la vecchia Eagle] divenne quindi necessario
abbandonare ogni idea di operazioni contro le coste nemiche.
La Forza X del contrammiraglio Bernhard Rawlings, con la corazzata Barham,
la portaerei Eagle, l’incrociatore Ajax e i cinque cacciatorpediniere della 10a
Flottiglia australiana Stuart, Wryneck, Vendetta, Wampire e Voyager, che avrebbe
dovuto partecipare all’operazione MC.6 effettuando attacchi aerei su obiettivi
dell’Egeo e della Cirenaica, fu avvistata da un ricognitore dell’Aeronautica della
Libia alle 16.10 dell’11 gennaio a 46 miglia a nord di Bardia con rotta ponente, e per
attaccarla alle 19.35 dell’11 gennaio due S. 79 della 278a Squadriglia, decollarono da
Berka.
Uno degli S.79, con pilota il tenente Carlo Copello e osservatore il tenente di
vascello Francesco Olivari, avvistato l’obiettivo alle 21.43 lanciò il siluro da una
distanza apprezzata in 800 metri contro la Eagle che fu ritenuta essere una nave
portaerei di tipo imprecisato. Ottimisticamente gli uomini dell’equipaggio dell’S.79,
ritenendo di aver visto una colonna di fumo apparire a poppa di quella nave,
sostennero che la portaerei era stata sicuramente colpita, e di ciò fu dato credito dai
responsabili dell’Aeronautica e dal Comando Supremo, che citò l’azione nel
Bollettino di Guerra.
L’altro S.79, con il tenente pilota Guido Robone e il tenente di vascello
osservatore Curzio Castagnacci, non avendo fatto avvistamenti nonostante una lunga
ricerca dell’obiettivo, nel rientrare alla base con i serbatoi della benzina ormai vuoti,
fu costretto ad effettuare col buio un atterraggio di fortuna in una stretta valletta in
discesa a 10 km da Maraua. Toccando terra, con impatto rovinoso, l’aereo ebbe di
netto asportato l’ala destra dalla fusoliera, i serbatoi della benzina furono sbalzati a
qualche metro di distanza, assieme al siluro che fortunatamente non esplose, un
motore si sfascio completamente e gli altri due si piegarono verso il basso. Vi furono
altri danni al velivolo, che fu completamente messo fuori uso, e quattro dei sei
uomini dell’equipaggio rimasero feriti o contusi incluso il tenente Robone.
Tornando al complesso de convogli riuniti Excess - ME.5½. alle 18.00 dell’11
gennaio, il convoglio ME.5½ si stacco dall’Excess per passare a sud di Creta per
raggiungere l’Egitto, mentre l’Excess diresse per passare il canale di Elaphonisos, per
poi arrivare al Pireo, il mattino del 12, con i suoi quattro cacciatorpediniere di scorta.
L’incrociatore Calcutta, che partecipava alla scorta del convoglio, lo sopravanzo per
andare a rifornirsi nella Baia di Suda.
89
Baia di Suda. La corazzata Barham in rifornimento da una petroliera.
Il 12 gennaio, gli incrociatori Orion, Perth e Gloucester, insieme a tre
cacciatorpediniere, si riunirono alla Forza A ad un appuntamento fuori del limite
orientale delle coste di Creta. In questa zona fu incontrata la Forza X del
contrammiraglio Rawling, il cui impiego contro le rotte di traffico italiano
s’intendeva ancora realizzare. Mentre l’ammiraglio Cunningham dirigeva verso
Alessandria con la Warspite, la Valiant e il Gloucester e i cacciatorpediniere Jervis,
Janus, Greyhound, Diamond, Voyager, Hero e Defender, le condizioni del tempo
impedirono a Rawling di realizzare almeno quella piccola soddisfazione.
La Forza A arrivò per prima ad Alessandria, mentre l’incrociatore York e i
cacciatorpediniere Mohwak e Griffin, e le unità della Forza X procedettero per la
Baia di Suda per rifornirsi. Infine, alle 02.30 del 13 gennaio gli incrociatori Orion e
Perth giunsero al Pireo e dopo aver imbarcato dei passeggeri dalle navi del convoglio
Excess, ripartirono per Malta alle 06.00 dell’indomani, per poi giungervi con una
navigazione veloce nelle ore antimeridiane del 14. Erano queste le navi che la 3 a
Divisione Navale dell’ammiraglio Sansonetti avrebbe dovuto attaccare.
90
Le rotte percorse dei convogli britannici nel Mediterraneo centrale nei giorni 10 e 11 gennaio.
Grafico dell’Ufficio Storico della Marina Militare.
Riorganizzazione della difesa contraerea di Malta per la protezione
del porto della Valletta
Il fatto che l’ammiraglio Cunningham fosse stato costretto a sospendere ogni
altra operazione nel Mediterraneo centrale non era il solo problema che si presentava
al Comandante della Mediterranean Fleet, dal momento che il massimo sforzo
doveva essere fatto per riportare l’Illustrious ad Alessandria prima che la Luftwaffe
potesse darle il colpo di grazia. Occorreva proteggere adeguatamente la portaerei in
attesa che il personale dell’arsenale della Valletta potesse rimetterla in condizioni di
partire. Ma tutto quello che la RAF possedeva negli aeroporti di Malta (Luqa, Takalì,
Hal Far) era rappresentato alla data del 15 gennaio soltanto da quindici caccia
Hurricane del 261° Squadron comandato dal maggiore A.J. Tumble, ai quali si
aggiunsero una decina di Fulmar dell’806° Squadron della portaerei Illustrios, al
comando del capitano di corvetta Charles Evans. La quantità di velivoli da caccia a
disposizione era comunque così modesta da rendere impossibile il contrasto efficace
ai violenti attacchi che il X Fliegerkorps cominciò a portare contro le basi aeronavali
maltesi a iniziare dalla seconda metà di gennaio, e che protrasse per quattro mesi fino
alla fine di maggio, quando si trasferì sugli aeroporti della Grecia per operare nel
Mediterraneo orientale. Ha riferito lo storico britannico generale Playfair nella sua
91
monumentale opera Mediterranean and Middle East, che in tale periodo la Luftwaffe
si accanì contro l’isola, a volte in modo così massiccio che al confronto, i precedenti
attacchi dall’Aeronautica italiana apparvero ai difensori quasi insignificanti.[9]
Il 16 gennaio i Comandanti delle Forze Armate di Malta tennero una riunione
per stabilire il sistema di sbarramento difensivo da adottare in vista dell’attacco
tedesco che si stava preparando. In quel momento la difesa aerea dell’isola presentava
notevoli difficoltà. I bombardieri germanici che avevano ormai sostituito quelli
italiani sui più attrezzati aeroporti siciliani (Catania, Comiso, Palermo, Trapani,
Reggio Calabria), distavano soltanto venti minuti di volo. In tali condizioni, anche un
maggior numero di cannoni di quelli al momento presenti a Malta alle dipendenze
della 7a Brigata d’artiglieria contraerea, sarebbero stati insufficienti in mancanza di un
pronto sistema di avvistamento lontano, di un’efficiente organizzazione di controllo
affidata a personale specializzato e di buone comunicazioni radio tra la caccia in volo
e le stazioni a terra.[10]
La portaerei Illustrious in riparazione a Malta. La rimozione di parti dell’ascensore di poppa.
[9]
I.S.O. Playfair e altri, Mediterranean and Middle East, Volume II, Londra, HMSO, 1957.
[10]
La 7a Brigata Artiglieria Contraerea, costituita il 12 gennaio 1941, aveva alle dipendenze
il 7° e il 10° Reggimento Artiglieria Contraerea, il 4° Reggimento Proiettori, il 2° Reggimento
Artiglieria Contraerea di Malta, e reparti della Royal Malta Artillery.
92
Ciò che rimane dell’ascensore di poppa dell’Illustrious, che era stato colpito da tre bombe,
due sganciate da aerei tedesche e un’altra, l’ultima che aveva fatto collassare la struttura,
sganciata dagli Ju.87 italiani.
Tutto questo però esisteva solo in parte, poiché le apparecchiature radar
avevano molti settori ciechi e non erano in grado di stimare con esattezza le quote
degli aerei in avvicinamento. Mancava un sistema di osservazione a vista per
segnalare con prontezza i velivoli nemici che arrivavano dal mare a bassa quota. Le
comunicazioni radio, tra il comando di guida caccia e i piloti in volo, oltre ad avere
una recezione mediocre, possedevano una portata insufficiente e ciò rendeva
inopportuno inviare i pochi intercettori lontani dall’isola e dirigerli sugli incursori in
avvicinamento. Per tali motivi fu seguita la prassi di far decollare i caccia al primo
allarme, mantenendoli nelle vicinanze dell’isola e impegnandoli a discrezione del
comandante della formazione in volo, che era costantemente informato sui movimenti
degli aerei ostili.
Naturalmente tale sistema presentava alcuni inconvenienti, il principale quello
dell’impiego contemporaneo dei caccia e dell’artiglieria contraerea quando
l’intercettazione avveniva sullo spazio aereo sovrastante l’isola. Non esistevano,
inoltre, velivoli dotati di radar per la caccia notturna, per cui la ricerca dei velivoli
nemici durante le ore di oscurità era affidata alla vista del pilota di un caccia
Hurricane, che era mantenuto in volo di vigilanza per agire in cooperazione con i
proiettori e che doveva inoltre preoccuparsi di lasciare lo spazio aereo sgombro per il
fuoco d’artiglieria contraerea.
93
Particolari dei danni causati dalle bombe all’interno dell’Illustrious.
94
Con l’arrivo proprio in questo periodo del brigadiere generale N.V. Saddler,
che in Inghilterra aveva diretto le difese costiere di Dover, fu organizzato un sistema
di tiro contraereo “geografico” o a “Recinto”, destinato alla difesa degli obiettivi più
importanti e vulnerabili, al quale parteciparono non soltanto tutte le batterie
contraeree della 7a Brigata, ma anche le navi che si trovavano ormeggiate in porto,
nel Grand Harbour, alla Valletta e negli ancoraggi minori di Malta. Ciò significò
erigere di fronte ai velivoli attaccanti un muro di fuoco, con grande consumo di
granate, il che per l’isola divenne in breve motivo di seria preoccupazione. [11]
L’”Illustre Blitz” della Luftwaffe
Quello che temevano i britannici nei riguardi dell’Illustrious si ebbe a verificare
puntualmente. Infatti, una volta costretta la Mediterranean Fleet ad abbandonare
precipitosamente le acque intorno a Malta, il Comando del X Fliegerkorps rivolse la
sua attenzione all’arsenale della Valletta, dove i ricognitori Ju.88D della Squadriglia
1.(F)/121 localizzarono la presenza della portaerei fin dalle ore 09.00 dell’11
gennaio. Ciò fu poi confermato il giorno 12 quando in altra ricognizione aerea
fotografica appariva la presenza nel Grand Harbour di altre diciassette navi, un
incrociatore, sei cacciatorpediniere, cinque sommergibile e sei piroscafi. Fu ritenuto
non solo che l’Illustrious doveva aver subito danni molto gravi, da essere costretta a
trovare rifugio per le riparazioni essenziali, nonostante i rischi a cui a Malta andava
sicuramente incontro, ma che doveva esservi in porto anche una parte del convoglio e
altre unità danneggiate.
Per impedire all’Illustrious di essere messa in condizione di partire e,
possibilmente, darle il colpo di grazia, occorreva fare un grosso sforzo, impiegando
gran parte delle unità aeree del X Fliegerkorps, che alla data del 12 gennaio, con
l’arrivo a Catania del 1° Stormo Sperimentale Bombardamento (Lehrgeschwaders 1 –
LG.1), al comando del maggiore Friedrich-Karl Knust, che aveva alle dipendenze gli
Ju.88 della Squadriglia Comando e del 2° e 3° Gruppo (Stab., II. e III./LG.1), [12]
poteva contare su 247 velivoli dei quali 177 efficienti. La dislocazione dei reparti e
dei velivoli in carico ed efficienti era la seguente:[13]
[11]
I.S.O. Playfair e altri, Mediterranean and Middle East, cit., p. 45 sg.
[12]
Il 1° Gruppo del Lehrgeschwaders 1 (I./LG.1) restò in Francia per poi nell’aprile 1941
partecipare, partendo dall’aeroporto di Krumovo in Bulgaria, alle operazioni aeree per la conquista
della Grecia. Si riunì allo Stormo, a Eleusis, (Atene), nella seconda metà di maggio durante le
operazioni per la conquista di Creta.
[13]
ASMAUS, Ufficio di Collegamento tedesco presso la Regia Aeronautica, Dislocazione
dei velivoli tedeschi sugli aeroporti italiani.
95
Alla stessa data, dopo il rientro in Puglia del 96° Gruppo Tuffatori, la
consistenza bellica dell’Aeronautica italiana della Sicilia era di 114 velivoli
disponibili, dei quali 75 efficienti: Si trattava di:
- 23 S.79 del 30° Stormo Bombardieri (Gruppi 87° e 90°), dei quali 14
efficienti, a Sciacca;
- 7 aerosiluranti delle Squadriglie 278a e 279a, dei quali 3 efficienti, a Catania;
- 84 caccia del Reparto Volo, del 1° Stormo (Gruppi 8° e 17°), e del nucleo del
23° Gruppo (57 Mc.200, 23 Cr.42, 6 Cr.42), dei quali 58 efficienti (40 Mc.200, 5
Cr.42, 5 Cr.32), a Palermo, Catania e Comiso.
Erano inoltre disponibili sugli idroscali delle basi della Sicilia, per compiti di
ricognizione marittima e scorta antisom alle unità navali e convogli, 37 idrovolanti
dell’Aviazione Ausiliaria della Marina, dei quali 12 Cant.Z.506 e 25 Cant.Z.501.
Esistevano inoltre 12 Ro.37 dell’Osservazione Aerea del Regio Esercito.
Quanto alle difese di Malta, l’isola si trovò a disporre in questo periodo di una
forza di difesa attiva molto inferiore rispetto a quella prevista in un piano del 1939.
Infatti, in luogo dei necessari 112 cannoni d’artiglieria contraerea e 60 cannoni
leggeri (Bofors), ve ne erano rispettivamente 66 e 34 (e quindi con una diminuzione
di 46 e 26), mentre di Squadron da caccia ne esisteva soltanto uno invece dei quattro
previsti.
96
13 gennaio 1941. Il porto della Valletta fotografato da un ricognitore Ju.88D della Squadriglia
1.(F)/121. La portaerei Illustriour e all’ancora nell’arsenale, al n. 1.
In quest’altra immagine panoramica del 15 gennaio, sempre scattata da un ricognitore Ju.88
della 1.(F)/121, l’Illustrious è al solito posto n. 1.
97
Allorquando a metà gennaio la Luftwaffe dette inizio all’attacco contro Malta,
dagli abitanti di Malta che lo subirono chiamato "L'Illustre Blitz", gli aerei utilizzabili
sui tre aeroporti dell’isola, e sull’idroscalo di Kalafrana, erano, secondo il generale
Playfair, in tutto quarantaquattro dei quali: dodici caccia Hurricane del 261°
Squadron; tre ricognitori idrovolanti Sunderland del 228° Squadron; tre ricognitori
Glen Martin del 69° Squadron; dodici bombardieri medi Wellington del 148°
Squadron; dieci aerosiluranti Sworfish dell’830° Squadron questi ultimi
dell’Aviazione della Marina (FAA).
Nella notte del 15 gennaio il X Fliegerkorps iniziò contro l’Illustrious un primo
attacco con quattordici Ju.88 del II./LG.1 (capitano Gerhard Kollewe), ma l’obiettivo
fu trovato coperto da nubi basse e gli equipaggi si liberarono delle bombe
sganciandole in una zona illuminata dai proiettori.
Sicilia 1941. Velivoli da bombardamento Ju.88 della 5a Squadriglia del II./LG.1. Fu il Gruppo
del 1° Stormo Sperimentale ad iniziare gli attacchi sugli obiettivi di Malta la notte del 15
gennaio.
Nel pomeriggio del giorno 16, migliorate le condizioni atmosferiche,
decollarono da Catania diciassette Ju.88 del II./LG.1 e quarantaquattro Ju.87 dello
St.G.3, questi ultimi guidati da un He.111 del II./KG.26. Era stato previsto anche
l’intervento degli Ju.88 del III./LG.1, che però, come vedremo, causa un
contrattempo il gruppo non poté decollare. I bombardieri e i tuffatori, che erano
scortati rispettivamente da venti Bf.110 del III/ZG.26 e da diciotto caccia italiani
(otto Mc.200 e dieci Cr.42) dei gruppi 6° e 23°, ripeterono l’attacco contro la
portaerei britannica, sul cui svolgimento il Comandante del X Fliegerkorps, generale
98
Hans Ferdinand Geisler, inviò un dettagliato rapporto al generale Pricolo, Capo di
Stato Maggiore della Regia Aeronautica.[14]
Il generale Hans Ferdinand Geisler, Comandante del X Fliegerkorps in Sicilia. Aveva la sede
del suo Comando nell’Albergo San Domenico di Taormina.
Il generale Geisler riferì che poco prima della partenza delle formazioni
offensive concentrate a Catania, allo scopo di assicurare il decollo compatto con i
velivoli della scorta, per fissare le modalità di volo furono riuniti tutti i comandanti
tedeschi e il comandante della caccia italiana colonnello Mario Puccini, i cui aerei era
stato concordato dovessero riunirsi agli Stuka dello St.G.3 sopra l’aeroporto di
Comiso.
“Il colloquio – scrisse Geisler - portava ad un completo accordo delle due parti
sulla situazione tattica”, e in base alla propria conoscenza delle postazioni antiaeree
del porto militare di La Valletta. Il colonnello Puccini dette preziose informazioni per
la direzione dell’attacco, per cui fu ordinato che gli Stuka dovessero piombare dal sud
verso il nord sopra la zona dei bacini, evitando di sorvolare il territorio abitato,
[14]
SMAUS, Stralcio di un Appunto del generale Geisler circa le azioni svolte su Malta il
giorno 16 gennaio 1941, fondo DGH 1, cartella n.6.
99
mentre gli Ju.88 sarebbero arrivati da sud-est per poi seguire una rotta d’attacco verso
nord-est.
Il generale Geisler riferì di voler attaccare in due ondate in picchiata poiché
riteneva di poter aumentare la possibilità di colpire il bersaglio anche con gli Ju.88,
stabilendo un intervallo di 45 minuti tra bombardieri e Stuka in modo che
l’incursione di questi ultimi si svolgesse allorquando i caccia britannici si fossero
trovati a terra a rifornirsi di carburante. Questo intervallo, proseguì Geisler, fu
mantenuto regolarmente e l’attacco si svolse come previsto. Nondimeno il decollo
delle varie formazioni si svolse con il ritardo di un’ora poiché, a causa di un attacco
aereo della RAF sull’aeroporto di Catania, svoltosi nella notte sul 16 gennaio da parte
di nove bombardieri Wellington del 148° Squadron decollati da Luqa, si ebbero
difficoltà nel fare affluire bombe e benzina dai depositi agli aerei.
Il generale Francesco Pricolo, Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica. Gli è accanto,
a sinistra, il generale Ferruccio Ranza Comandante della 4a Squadra Aerea in Puglia da cui
dipendeva il 96° Gruppo Bombardamento a Tuffo. Sullo sfondo due aerei da caccia Mc.200.
Un altro imprevisto si ebbe quando gli Ju.88 del III./LG.1 (capitano Bernhard
Noetsch), che avrebbero dovuto partecipare all’azione, si apprestarono a prendere il
volo. Infatti, a causa del terreno allentato, un’intera formazione di dieci aerei, che
imbarcavano bombe da 1.000 chili, s’impantanò, e tenendo conto dell’ora tarda fu
necessario rinunciare a farla partire.
100
Malgrado questo contrattempo il decollo delle altre formazioni fu ordinato
ugualmente e così alle 13.40 cominciarono a decollare i diciassette Ju.88 del II./LG.1,
scortati dai venti Bf.110 del III./ZG.26, poi seguiti alle 14.20 dai quarantuno Ju.87
dello St.G.3, con i gruppi I./St.G.1 e II./St.G.2, che sopra Comiso si riunirono
regolarmente con la scorta italiana di otto Mc.200 e dieci Cr.42 del 6° e 23° Gruppo.
Come era stato previsto i caccia britannici contrastarono soltanto in singoli casi gli
Ju.88 della prima ondata, mentre invece non furono disturbati gli Stuka della seconda
ondata, trovandosi gli Hurricane a terra per rifornirsi di benzina e munizioni.
E’ da notare in particolare – concluse Geisler – che i caccia italiani compirono
il difficile compito di volare in picchiata con gli Ju.87 e di riprendere dopo l’attacco
la quota e la direzione prima concordata in modo perfetto.
Nel corso dell’attacco l’Illustrious fu colpita a poppa sul cassero da una bomba
da 500 chili sganciata da un Ju.87 che non procurò gravi danni, sebbene gli equipaggi
tedeschi sostenessero di aver visto visibili incendi a prua della portaerei. Il piroscafo
Essex ormeggiato di fronte all’Illustrious e preso a bersaglio dagli Ju.88 del II./LG.1,
raggiunto in pieno anch’esso da una bomba, però da 1.000 chili, ebbe distrutta la sala
macchine e uccisi quindici uomini dell’equipaggio e sette scaricatori maltesi. La
nave, come sappiamo, trasportava 4.000 tonnellate di munizioni che per un vero
miracolo non esplosero perché le fiamma vennero circoscritte e poi domate nella
parte colpita. Anche l’incrociatore australiano Perth (capitano di vascello Philip
Weyland Bowyer Smirh), che si trovava ormeggiato alla banchina, fu danneggiato al
disotto della linea di galleggiamento da una bomba caduta in prossimità dello scafo,
ma poté ripartire nel corso della notte per Alessandria.
La FAA contrastò l’incursione con tre Fulmar dell’806° Squadron e la RAF con
quattro Hurricane del 261° Squadron e due biplani Gladiator, che si accreditarono
cinque successi. In realtà i tedeschi persero durante l’attacco uno Ju.88 del II./LG1,
con pilota il tenente Kurt Pichler, abbattuto da un Fulmar, mentre uno Ju.87 andò
distrutto per un incidente avvenuto durante la partenza dall’aeroporto di Catania.
Il 17 gennaio ogni ulteriore azione del X Fliegerkorps contro Malta fu impedito
dalle sfavorevoli condizioni atmosferiche.[15]
[15]
Lo giorno 16 gennaio 1941 la consistenza degli aerei operativi da combattimento alle
sue dipendenze, senza contare quelli che erano in trasferimento o temporaneamente presenti in vari
aeroporti d’Italia, era la seguente: 4 He.111 dello Stab X Fliegerkorps, a Catania; 8 Ju.88D della
1.(F)/121 a Catania; 20 Ju. 88 del II./LG.1 a Catania; 32 Ju.88 della Stab e del III./LG.1 a Catania; 7
He. 111 del II./KG.4 (2a Squadriglia posamine) a Comiso; 27 He. 111 del II./KG.26 a Comiso,
Catania e Bengasi; 24 Ju.87 del I./St.G.1 a Trapani; 32 Ju.87 del II./St.G.2 a Trapani; 24 Bf.110 del
III./ZG.26 a Palermo. Cfr., ASMAUS, Ufficio di Collegamento presso la R. Aeronautica,
Distribuzione dei velivoli tedeschi sugli aeroporti italiani 16 gennaio 41 sera”.
101
La Valletta, gennaio 1941, due immagini del bombardamento della portaerei Illustrious.
102
Una successiva terza immagine. La zona dei bacini, dove si trova l’Illustrious, è
completamente oscurata dalle esplosioni delle bombe.
Gli Ju. 87 tedeschi ripresi mentre attaccano in picchiata obiettivi navali nel porto della
Valletta dall’incrociatore australiano Perth, che reagisce con le sue armi.
103
L’indomani, sebbene la ricognizione del mattino, svolta da un Ju.88 della
1.(F)/121, avesse confermato che l’Illustrious si trovava ancora alla Valletta, ogni
sforzo fu invece diretto contro le basi aeree di Hal Far e soprattutto di Luqa, dalla
quale, come detto, nella notte sul 16 erano decollati nove Wellington del 148°
Squadron che, con azioni isolate, iniziate alle 23.35 e proseguite fino alle 04.30,
bombardarono gli impianti aeroportuali di Catania distruggendo quattro aerei
tedeschi, dei quali uno Ju. 88 del II./LG.1 e mettendone fuori combattimento altri due
(danni all’80%), due He.111 del II./KG.26, e uno Ju.52 da trasporto. Danni minori
riportarono quattro Ju.88 mentre tra gli aerei italiani ancora presenti nell’aeroporto,
andò distrutto un velivolo Ca.133, e fu danneggiato un velivolo civile (I-ANDE).
Decedettero undici militari tedeschi e ne furono feriti altri quattro, mentre da parte
italiana si ebbero soltanto cinque feriti. Infine riportarono danni vari edifici
aeroportuali, tra cui la palazzina comando, un’aviorimessa, il corpo di guardia, una
caserma e un magazzino, e furono colpiti dalle schegge trentasette automezzi dei
quali tredici gravemente.
All’incursione sulle basi aeree maltesi, svoltasi con grande violenza nelle ore
pomeridiane del 16 gennaio, parteciparono dodici Ju.88 del III./LG.1 e cinquantuno
Ju.87 dello St.G.3, e i due aeroporti di Luqa e Hal Far riportarono gravi danni,
soprattutto agli Hangar; in particolare Luqa che rimase fuori servizio per alcuni
giorni. Ancora una volta i caccia di Malta, cinque Hurricane e quattro Fulmar guidati
dal radar che localizzò il nemico a 18 miglia dalle coste dell’isola, intervennero con
la consueta energia e senza badare al numero dei nemici da affrontare; ma i piloti
vantarono spropositati successi dal momento che asserirono di aver abbattuto sette
aerei dell’Asse, mentre l’artiglieria contraerea se ne accreditò altri quattro.
In realtà le perdite furono limitate da parte italiana a uno degli otto Mc.200 del
6° Gruppo Caccia, con pilota il maresciallo Mario Persani, che però precipitò per
avaria all’elica del motore, verificatasi durante la scorta agli Ju.88. I tedeschi persero
due velivoli, uno Ju.88 della 7a Squadriglia de III./LG.1 (tenente Horst Dünkell) e
uno Ju. 87 del I./St.G.1 (sergente Richard Zehetmaier), mentre da parte britannica
furono abbattuti in combattimento due Fulmar dell’806° Squadron (sottotenente di
vascello Arthur Griffth e tenente di vascello Robert Henley). Altri sei velivoli di
vario tipo vennero distrutti dalle bombe al suolo, tra cui tre Swordfish dell’830°
Squadron e un Hurricane del 261° Squadron ad Hal Far, e un Wellington del 148°
Squadron a Luqa.
I britannici si presero una certa rivincita il 19 gennaio, quando durante la
giornata dovettero fronteggiare due grosse incursioni sugli impianti portuali della
Valletta. Il Comando del X Fliegerkorps aveva, infatti, deciso di portare un colpo
mortale contro l’Illustrious e le altre navi militari che si trovavano negli ancoraggi del
porto di Malta, e ne fissò gli intendimenti come segue, nella traduzione originale in
lingua italiana:[16]
[16]
ASMAUS, fondo DCH 1, cartella n. 9.
104
ORDINE DI OPERAZIONE PER IL GIORNO 19 GENNAIO 1941
1) Al19/1/41 il X C.A.T. attaccherà in 2 ondate navi da guerra nel porto della
Valletta.
2) Prima ondata 3° Stormo Stuka con protezione apparecchi Me.110 del 3°
Gruppo Caccia [3a Squadriglia Caccia Notturna] e 20 apparecchib da caccia italiani.
Ora dell’attacco 10h 30m. La caccia si troverà a tale ora sopra gli obiettivi con
compito di caccia libera e scorta indiretta. Due squadriglie attaccheranno la
portaerei. Le altre le rimanenti navi da guerra anche nei dorsi.
3) Rifornimento carburante del 3° Stormo Stuka: serbatoi della fusoliera pieni;
nei serbatoi supplementari sarà caricato carburante in quantità sufficiente alla
durata del volo.
4) Con vento favorevole i serbatoi supplementari non saranno caricati. Il
maggior numero possibile degli equipaggi portino le bombe da 1000 chilogrammi. I
restanti velivoli caricheranno bombe SD 500 con detonatore 35 che dovrà pure
applicarsi alle bombe SD 1000 e SC 500. Le bombe SC 500 e SD 500 saranno
caricate in numero uguale per ogni tipo.
5) Dopo il primo attacco, al rientro, il 3° Stormo Stuka si rifornirà subito e si
terrà pronto ad attaccare il convoglio già preannunciato, se avvistato
dall’esplorazione già ordinata. Caricamento come per l’attacco contro La Valletta.
Pieno dei serbatoi supplementari.
6) La seconda ondata sarà effettuata dal 1° Stormo Ju.88 scortato dai Me.110
del 3° Gruppo caccia pesante più venti apparecchi da caccia italiani. Ora
dell’attacco 13h 30m. La caccia italiana è stata informata che dovrà trovarsi a tale
ora al disotto degli obiettivi con compito di caccia libera e scorta indiretta. Obiettivi
assegnati: la portaerei e le navi da guerra nei cantieri.
7) Rifornimento per 3 ore.
8) Caricamento bombe di massimo calibro da fissarsi a cura del Comandante
dello Stormo.
9) Il 3° Gruppo caccia pesante [Me.110] effettuerà la scorta diretta del 3°
Stormo Stuka che attaccherà alle ore 10.30 gli obiettivi navali del porto militare
della Valletta. Il 3° Gruppo caccia pesante ad azione ultimata atterrerà a Catania
dove si rifornirà di carburante e munizioni. Successivamente il 3° Gruppo effettuerà
la scorta diretta per lo stormo LG.1 che attaccherà alle ore 13.30 gli stessi obiettivi
del 3° Stormo Stuka. Dopo tale attacco il 3° Gruppo caccia pesante rientrerà a
Palermo. Il trasporto degli specialisti e delle munizioni per rifornire gli apparecchi
Me.110 a Catania dopo la prima azione, sarà eseguito da due Ju.52 oggi già
trasferiti a Palermo. L’aeroporto di Catania è già stato informato dell’atterraggio
del Me.110.
10) Esplorazione. La Squadriglia 1.(F)/.121 su Ju.88 effettuerà all’alba, con un
velivolo una ricognizione sul porto militare della Valletta, c on altri due velivoli
effettuerà ricognizione della zona compresa tra lo stretto della Sardegna fino al
quadrato 59 numero 04 Est e 58 numero 03 Est. Il velivolo in ricognizione sulla
105
Valletta, secondo istruzione verbale del Comandante della Squadriglia, dovrà
comunicare il risultato delle ricognizioni quanto più presto possibile.
11) I radiofari tedeschi e italiani funzioneranno dalle 9h 30m alle 14h 30m e
nella notte dal 19 al 20 gennaio, dalle ore 22 alle ore 07. Nominativi e frequenze
secondo lo schema come finora.
Per il X C.A.T.
IL CAPO DI STATO MAGGIORE per incarico
Hinkelbein (maggiore)
Al primo attacco, verificatosi tra le 10.48 e le 10.55, parteciparono quarantatre
Ju.87 del I./St.G.1 e del II./St.G.2, armati ciascuno con una bomba da 500 chili, e
scortati da cinque Bf.110 del III./ZG.26 e da dieci Cr.42 del 23° Gruppo Caccia,
mentre nel secondo attacco, svoltosi alle 14.00, furono impiegati trenta Ju.88 del II. e
III./LG.1, armati con bombe da 500 e 1.000 chili, e protetti da altri dodici Bf.110 del
III./ZG.26, e da otto Mc.200 del 6° Gruppo Caccia.
In entrambe le occasioni l’obiettivo dei velivoli tedeschi fu nuovamente
rappresentato dall’Illustrious, che riportò danni alla carena per bombe da 500 chili
sganciate dagli Stuka. Questi inoltre, nelle loro picchiate entro il porto della Valletta,
con i piloti incuranti della difesa contraerea nemica che sparava con armi di ogni
calibro, causarono avarie abbastanza gravi al cacciatorpediniere Decoy (capitano di
fregata Eric George McGregor) e al whaler Beryl (comandante James Collis Bird), e
nuovi danni al piroscafo Essex.
Ancora una volta, nell’attacco del 19 gennaio, i danni all’Illustrious nel porto della Valletta
furono causati dagli Ju.87 dello St.G.3. L’immagine, del 6 gennaio, mostra due Stuka in volo
sopra le coste della Sicilia.
106
Particolare di danni alla scafo dell’Illustrious riportati a Malta nell’attacco del 19 gennaio,
come apparivano in bacino nell’arsenale di Norfolk, negli Stati Uniti, dove la portaerei fu
inviata per le riparazioni. Da Internet, Armored Aircraft Carriers in World War II.
La caccia britannica intervenne con sei Hurricane, un Fulmar e un Gladiator che
si accreditarono otto dei diciannove successi vantati quel giorno dalla difesa di Malta.
In realtà le perdite dell’avversario sebbene sensibili, furono di tre Ju.87 della prima
ondata e di tre Ju.88 e un Cr.42 della seconda ondata. Ad esse si aggiunsero il
mancato rientro alla base di un idrovolante italiano Cant.Z.506 della 612a Squadriglia
Soccorso dell’Aeronautica della Sicilia, con pilota il sottotenente Ignazio Rossi,
abbattuto da due Hurricane del 261° Squadron, pilotati dal capitano J.A.F. e dal
sergente C.S. Bombarger, presso le coste di Malta durante la ricerca degli equipaggi
tedeschi che non erano rientrati alla base dalle azioni offensive della giornata.
Dei tre aerei tedeschi Ju.87 dello St.G.3 andati perduti con i loro rispettivi
equipaggi, due velivoli pilotati dal sergente Rudolf Valter e dal cadetto Kurt Zube,
appartenevano alla 2a Squadriglia del I./St.G.1, il terzo Ju.87 dal caporale Hans
Kusters del II./St.G.2. Dei tre aerei Ju.88 del III./LG.1 non rientrati alla base, due
107
velivoli avevano per pilota e capo equipaggio il capitano Wilhelm Durbeen,
comandante della 8a Squadriglia, e un suo gregario il sergente Hans Schneider. Di
entrambi i velivoli non vi furono superstiti. Il terzo Ju.88, appartenente alla
Squadriglia Comando del III./LG.1, effettuò un atterraggio di emergenza a Pozzallo,
rimanendovi totalmente distrutto. L’equipaggio si salvò al pari di quello di un Bf.110
del III./ZG.26, che effettuò un atterraggio di emergenza a Catania.
Una formazione di velivoli tedeschi He.111. In Sicilia vi era il II./KG.26 che disponeva di due
squadriglie (4a e 5a) di bombardieri e una (6a) di aerosiluranti.
Il Cr.42 italiano non rientrato alla base, della 70a Squadriglia del 23° Gruppo
Caccia, aveva per pilota il sergente Ezio Iacone, che fu costretto a lanciarsi in mare
con il paracadute. Il Cr.42 fu probabilmente abbattuto dall’Hurricane del 261°
Squadron con pilota il sergente Jock Robertson, che attaccò ed incendio un velivolo
di quel tipo di scorta ad una formazione di Ju.87, intercettata dai caccia britannici
vicino alla Baia di San Paolo. Infine con il Cant.Z.506 della 212 a Squadriglia
Soccorso che portava i distintivi della Croce Rossa, decedettero i sei uomini
dell’equipaggio, tra cui un sottotenente medico e un aviere scelto aiutante di sanità.
Dopo aver pagato un forte pedaggio, poiché in soli cinque giorni non erano
rientrati alla base cinque Ju.88 dell’LG.1 e cinque Ju.87 dello St.G.3, il Comando del
X Fliegerkorps, piuttosto scoraggiato per le perdite riportate, limitò la propria attività
ad azioni di disturbo contro gli obiettivi maltesi, in particolare sulla Valletta che fu
bombardata nella notte del 21 gennaio da sette bombardieri in quota He.111 del
108
II./KG.26, mentre altri quattro He.111 del medesimo gruppo e due Ju.88 dell’LG.1
attaccarono gli aeroporti dell’isola.[17]
La navigazione dell’Illustrious verso Alessandria e il fallito tentativo
tedesco per darle il colpo di grazia
Dopo l’attacco del 19 gennaio, l’ammiraglio Cunningham aveva informato
l’Ammiragliato britannico che era urgente far partire l’Illustrious e le navi mercantili
che si trovavano ancora negli ancoraggi di Malta. Il rallentamento delle azioni
offensive del X Fliegerkorps aveva permesso alle maestranze dell’arsenale della
Valletta di porre la portaerei in condizione di partire da Malta, prima che la Luftwaffe
potesse infliggergli il desiderato colpo di grazia; ma la sua partenza era stata ritardata
perché il tempo cattivo non aveva permesso di far uscire i cacciatorpediniere destinati
alla scorta, il Greyhound, Janus, Jervis e Juno, provenienti dalla baia di Suda. La
partenza fu pertanto rimandata al 23 gennaio.
Quel giorno, l’Illustrious, lasciati a Malta dodici dei suoi utilissimi Fulmar
dell’806° Squadron (capitano di corvetta C.I.G. Evans) per incrementare la difesa
locale, e gli Swordfish dell’819° Squadron che furono aggregati a Hal Far all’830°
Squadron per le azioni offensive come velivoli aerosiluranti e minatori, salpò alle
18.46, diretta ad Alessandria, scortata dai quattro cacciatorpediniere. Quindi navigò
con luna piena le prime sei ore alla velocità di 25 nodi per allontanarsi il più
rapidamente possibile dalle basi aeree della Sicilia, e poi proseguì nella sua rotta
riducendo dapprima la velocità a 21 nodi per poi portarla a 23 nodi il giorno 24. E
con queste velocità, che rappresentavano un vero record per una nave tanto
danneggiata, l’Illustrious raggiunse Alessandria alle 13.00 del 25, con una rimanenza
di appena 60 tonnellate di nafta. Nella fase finale del passaggio la portaerei ricevette
la copertura delle corazzate Barham e Valiant, dell’incrociatore Perth, salpati da
Alessandria con la scorta dei cacciatorpediniere Diamond, Griffin, Hasty, Mohwk,
Nubian e Stuart.
L’inaspettata velocità dell’Illustrious non permise ad una formazione
d’incrociatori della Mediterranean Fleet, comprendenti l’Orion, Ajax, York e
Bonaventure, che fin dal 20 gennaio erano stati inviati nella Baia di Suda per la scorta
alla portaerei, di incontrarla essendo arrivati nella zona dell'appuntamento quando già
era passata, per poi entrare in contatto più ad oriente con il gruppo delle corazzate. Fu
una fortuna che l’Illustrious non avesse incontrato gli incrociatori, poiché essi furono
attaccati dalla Luftwaffe.
Gli incrociatori del vice ammiraglio Pridham-Wippell furono individuati alle
ore 14.00 del 23 febbraio da un ricognitore italiano a 100 miglia a nord di Tolemaide
[17]
Secondo una ricostruzione fotografica del giorno 20 gennaio espletata da uno Ju.88D
della 1.(F)/121, la situazione delle basi aeree di Malta appariva la seguente: Luca, dieci bombardieri
Wellington; Takalì, dieci monomotori e un aereo da nave portaerei; Hal Far, qquindici aerei da nave
portaerei, tre monomotori e tre aerei con ali ripiegabili; Marsa Scirocco, tre idrovolanti Sunderland.
109
(Cirenaica). In conseguenza di quest’avvistamento, e prevedendo che la formazione
navale nemica si sarebbe trovata alle 16.45 in posizione lat. 34°30’N, long. 19°20’E,
il 3° Gruppo del 1° Stormo Sperimentale, i cui velivoli Ju.88 erano tenuti pronti al
decollo in un’ora a Catania, ricevettero l’ordine di decollare con “obiettivo per tutti i
velivoli la nave portaerei, oppure, mancando l’avvistamento con essa, una nave da
battaglia”.[18]
In questa fotografia del 25 gennaio del porto della Valletta, sempre scattata da uno Ju.88 della
1.(F)/121, vi è la conferma che la Illustrios e altre navi erano partite.
Pertanto, contro la formazione degli incrociatori, il III./LG.1 del capitano
Bernhard Noetsch impiegò nel pomeriggio undici Ju.88, quattro dei quali invertirono
la rotta prima del tempo per avaria all’impianto radio, altri quattro rientrarono dopo
infruttuosa ricerca e i tre restanti Ju.88, tutti della 8 a Squadriglia, con piloti il tenente
Hermann Böhmer, il sergente maggiore Herbert Isachsen e il sergente Reinhold
Schumacher, non rientrarono affatto, avendo dovuto ammarare al rientro a Catania a
sud di Capo Rizzuto (Calabria) essendo rimasti senza benzina. Tra i dodici uomini
dell’equipaggio dei tre velivoli, costretti all’ammaraggio, vi fu un solo superstite.
[18]
ASMAUS, fondo DCHg 5, cartella n. 66.
110
Il Comando del X Fliegerkorps decise allora di ripetere l’attacco l’indomani,
impartendo ai reparti l’ordine di operazioni n. 0187/S del 24 gennaio 1941, in cui era
scritto:
Forti formazioni navali inglesi sono in navigazione con provenienza da levante
e probabilmente anche da ponente. Il X Fliegerkorps, il giorno 24/1/41, attaccherà le
forze navali che saranno segnalate dall’esplorazione aerea. Obiettivo principale
nave portaerei: dopo la distruzione di essa le navi da battaglia.
Durante la giornata furono inviati in volo dodici ricognitori (gli Ju.88 della
1.(F)/121, e gli He.111 della Sezione Comando del X Fliegerkorps e del II./KG.26), e
il primo avvistamento delle forze navali britanniche si verificò nel pomeriggio. Fu
dapprima localizzato il gruppo degli incrociatori, e successivamente, alle 14.25,
anche la formazione della portaerei Illustrious a 170 miglia a nord-ovest (330°) di
Bengasi. Immediatamente l’Ufficio Operazione del X Fliegerkorps diramò un ordine
di operazione nel quale portava a conoscenza che le forze navali nemiche, avvistate
con rotta a levante, comprendevano una portaerei, una corazzata, un incrociatore e un
convoglio [sic], e che dovevano essere impiegati contro di esse, tutti i velivoli
efficienti dello Stab./LG.1, II./LG.1 e II./KG.26. Essi dovevano attaccare la nave
portaerei e come secondo obiettivo nell’ordine la nave da battaglia, il convoglio e
infine l’incrociatore. In caso di mancanza di carburante gli aerei dovevano atterrare a
Benina, in Cirenaica.
In base ad un ordine d’impiego approntato il mattino del 24 gennaio, che a
variazione dell’ordine precedente fissava di tenere pronti nello spazio di un’ora i
velivoli di tutti i reparti, a iniziare dalle 07.00 “per azione contro le forze navali
inglesi eventualmente segnalate”, tra le 13.53 e le 16.50 decollarono dagli aeroporti
della Sicilia ben centoundici aerei tedeschi, ripartiti nelle seguenti tre formazioni.
1a) quarantanove Ju.87 dello St.G.3, con i gruppi I./St.G.1 e II./St.G.2, guidati
da un He.111 del II./KG.26 con pilota il tenete Friedrich Müller, e scortata da
diciannove Bf.110 del III./ZG.26;
2a) trentuno Ju.88 dell’LG.1, dei quali diciotto appartenenti al 2° Gruppo e
quattordici al 3° Gruppo;
3a) dodici He.111 del II./KG.26.
Sfortunatamente la prima formazione, quella più numerosa e pericolosa per
l’attacco in picchiata contro obiettivi navali, non riuscì a raggiungere la portaerei a
causa dell’insufficiente autonomia degli Stuka, che pure erano forniti di serbatoio
supplementare. Tutti i restanti velivoli, meno uno Ju.88 del III./LG.1, arrivarono
invece a contatto con le navi britanniche. Sebbene non fossero riusciti ad avvistare
l’obiettivo principale costituito dall’Illustrious, essi rintracciarono il gruppo degli
incrociatori a circa 170 miglia a nord di Bengasi e, a iniziare dalle 17.25 e fino alle
18.00, i trenta Ju. 88 e i dodici He.111 martellarono quelle navi con bombe da 500 e
1.000 chili, senza però ottenere significativi successi. Infatti, il solo incrociatore
pesante York (capitano di vascello Reginald Henry Portal) ebbe qualche danno per un
111
colpo in prossimità dello scafo inferto da uno Ju.88 del III./LG.1, il cui equipaggio
ritenne di aver colpito in pieno una nave da battaglia in posizione lat. 34°20’N, long.
20°20’E. Per contro uno Ju.88 del III./LG.1 andò perduto e altri quindici furono
costretti ad atterrare a Bengasi, avendo operato al limite dell’autonomia ed essendo
rimasti a corto di benzina per il rientro a Catania.
Formazione di Ju.88 del III./LG.1 in volo di guerra nel Mediterraneo.
Nel medesimo tempo, rientrati e rifornitisi rapidamente, gli Ju.88 del 3° Stormo
Stuka erano stati inviati, assieme ai Bf.110 del 3° Gruppo caccia pesante della scorta,
alla ricerca di eventuali navi a levante di Malta. La missione fu interrotta alle 17.20
senza aver trovato nulla in quel deserto tratto di mare.
L’indomani, 25 gennaio, non rientrò alla base da una missione di ricognizione
uno Ju.88 della 4a Squadriglia del II./LG.1, con pilota il sottufficiale Gustav Ulrich,
che fu abbattuto da un caccia biplano britannico Gladiator di Malta aggregato al 806°
Squadron del’Aviazione Navale, pilotato dal sottotenente Jackie Sewell. Poi, nel
pomeriggio del giorno 26, si verificò la prima perdita di un ricognitore Ju.88D della
Squadriglia 1.(F)/121, avvenuta nel corso di una missione di esplorazione. Il velivolo,
con pilota e capo equipaggio il sottotenente Helmuth Fund, fu attaccato da due
Hurricane del 261° Squadron e, danneggiato al motore, finì in mare mentre tentava di
raggiungere la Sicilia.
Dopo il rientro ad Alessandria, l’Illustrious fu inviata, via Durban, a Norfolk, in
Virginia, per le riparazioni, poiché l’arsenale britannico di Portsmouth era troppo
esposto agli attacchi aerei della Luftwaffe. Un aiuto notevole, come al solito, che gli
statunitensi ancora neutrali concessero ai loro alleati britannici. La portaerei dopo
riparazioni che portarono a ricostruire molte parti della nave ultimate il 29 novembre
112
1941, rientrò in servizio alla metà del 1942, andando ad operare nell’Oceano Indiano
contro i giapponesi.
I risultati dell’attacco degli Ju.87 tedeschi e italiani del 10 Gennaio 1941 alla portaerei
Illustrious. I pallini 9, 10 e 12 sono quelli dove caddero le bombe sganciate dagli Ju. 87 italiani
del 96° Gruppo Bombardamento a Tuffo. Da B.B. Schofield, La notte di Taranto, p. 84.
Dettagli grafici della portaerei Illustrious. La distribuzione dell’armamento contraereo. Sui
fianchi della nave, a prora e a poppa, i cannoni su impianti binati da 114 mm; al centro,
sempre sui due lati e sull’isola, i sei complessi contraerei a otto canne da 40 mm. Da The-
Blueprints.com.
113
114
CONCLUSIONI
Ha scritto il generale Santoro:[19]
Il transito del convoglio [Excess] era costato alla Marina britannica perdite
piuttosto severe: il SOUTHAMPTON affondato, il GALLANT danneggiato in modo
irreparabile, L’ILLUSTRIOUS gravemente avariata ed inutilizzata per lungo tempo,
danni più o meno gravi ad unità minori. L’operazione doveva, tuttavia, considerarsi
completamente riuscita, in quanto tutti i piroscafi del convoglio erano giunti a
destinazione; ciò per o’errore commesso dall’Aeronautica italiana e dall’Aviazione
tedesca di attaccare di preferenza le maggiori unità militari di scorta, anziché le navi
da trasporto, la cui incolumità ed il cui arrivo a destinazione costituivano lo scopo
dell’operazione stessa.
Alle stesse conclusioni arrivò anche l’ammiraglio Fioravanzo, che riportò:[20]
Dal punto di vista italiano, la più importante constatazione riguardò il valore
positivo dell’apporto dato dall’aviazione tedesca in aiuto a quella nazionale. Il fatto
però, che tutti i piroscafi fossero giunti a destinazione sollevò i primi dubbi sulla
convenienza di dare la precedenza – negli attacchi – alle navi da guerra sulle navi da
trasporto: l’obiettivo più importante era ovviamente quello di provocare
l’esaurimento di Malta per mancanza di rifornimenti, mentre l’affondamento di
qualche unità da guerra non poteva incidere sensibilmente sulla potenza complessiva
della Marina britannica.
Queste considerazioni dei due eminenti storici italiani non le condividiamo del
tutto, perché affondare qualche piroscafo, dei quali soltanto l’Essex era diretto a
Malta, dove rischiò di essere affondato, e i piroscafi salpati dalla Valletta erano
scarichi, non avrebbe causato le conseguenze cui invece porto, per i britannici, il
danneggiamento dell’Illustrious e l’affondamento del Southampton; e ciò finì per
allarmarli; anche perché quelle perdite portavano a cambiare i loro piani,
costringendoli a stare lontano con la loro flotta dal Mediterraneo centrale.
Scrisse infatti Winston Churchill, il 13 gennaio 1941, al generale Hastings
Ismay, Capo del Comitato dei Capi di Stato Maggiori britannici:[21]
L’effettivo insediarsi dell’aviazione tedesca in Sicilia può essere l’inizio di
sfavorevoli sviluppo nel Mediterraneo centrale”, “Mi preoccupa molto la possibilità
[19]
Giuseppe Santoro, L’Aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale, Volume
Primo, cit., p.471.
[20]
Giuseppe Fioravanzo, Le azioni navali in Mediterraneo, Volume IV, cit., p. 342 sg.
[21]
Winston Churchill, La Seconda Guerra Mondiale, Volume 3°, Milano, Mondadori, 1966,
p.1078 sg.
115
che i tedeschi si stabiliscano a Pantelleria, nel qual caso con un buon numero di
aerei da picchiata sbarreranno il Mediterraneo.
La preoccupazione che la Luftwaffe si insidiasse saldamente sull’isola italiana
era assai sentita dal Primo Ministro britannico, il quale era a quell’epoca fermamente
convinto ad attuare l’Operazione “Warkshop”, ossia l’occupazione della stessa
Pantelleria che egli riteneva d’importanza fondamentale per il controllo del Canale di
Sicilia. Realizzando questa impresa avrebbe permesso ai britannici di strangolare le
rotte italiane per Tripoli, che con la perdita della Cirenaica passavano soltanto lungo
la costa orientale della Tunisia, ma anche di consentire di approvvigionare il fronte
terrestre della Cirenaica, da dove gli italiani si stavano ritirando, evitando ai convogli
con i rifornimenti la lunga rotta intorno all’Africa, per raggiungere Suez.
La portaerei Illustrious nell’arsenale navale di Norfolk dove i lavori di riparazione portarono
per alcune settori della portaerei a una ricostruzione.
116
L’Illustrious a Norfolk durante i lavori di riparazione nell’ottobre 1941. Da Internet, Armored
Aircraft Carriers in World War II.
Churchill, dopo il grave danneggiamento della portaerei Illustrious e
l’affondamento dell’incrociatore Southampton, cui si aggiunsero gli attacchi del X
Fliegerkorps non solo contro Malta ma anche lungo le coste della Cirenaica e
dell’Egitto, dovette presto convincersi che con l’aviazione tedesca in Sicilia la
“Warkshop”, concepita come un’audace operazione da attuare di sorpresa con uno
sbarco notturno, era destinata a fallire. Il 18 gennaio, nella preoccupazione per la
sorte dell’Illustrious a Malta, in cui non si sapeva ancora se sarebbe stato possibile
farla partire e arrivare salva ad Alessandria, Churchill, pur amareggiato, si trovò
d’accordo con i Capi di Stato Maggiore nel rinunciare per un mese alla conquista di
Pantelleria, rendendosi conto di non poter “decidere altrimenti dall’incalzare di
problemi più gravi”.[22]
In effetti il rinvio dell’operazione per la conquista di Pantelleria risultò
definitivo dal momento che l’evolversi degli avvenimenti, con l’intervento tedesco in
Libia e l’evolversi degli avvenimenti su tutti i fronti terrestri, aerei e navali nel
Mediterraneo orientale, costrinsero i britannici a dedicarsi sempre in modo più
intenso alla difesa delle loro posizioni.
In tali condizioni anche il problema di Malta finì per costituire per i britannici
una notevole fonte di preoccupazione, poiché di fronte all’offensiva della Luftwaffe i
difensori dell’isola, per mezzo del Governatore, generale William Dobbie, e delle
[22]
Scrisse Churchill nelle sue memorie: “Se avessimo avuto il possesso dell’isola –molte
nostre belle navi avrebbero potuto essere risparmiate e le comunicazioni nemiche con Tripoli
sarebbero state rese ancora più problematiche”.
117
richieste dei locali comandanti, non mancarono di sollecitare appoggio di ogni
genere. Di ciò fu ben consapevole il Primo Ministro britannico, il quale pur nelle
difficili condizioni fece di tutto affinché l’isola potesse continuare a sperare in giorni
migliori, ben sapendo che essa costituiva il fulcro della strategia britannica nel
Mediterraneo.
Nel frattempo, la resistenza opposta dalle forze difensive di Malta per
fronteggiare i primi massicci attacchi del X Fliegerkorps, contribuì a creare un certo
ottimismo a Londra, che Winston Churchill tradusse il 21 gennaio nella seguente
lettera di elogio per il Governatore Dobbie:[23]
Vi mando a nome del Gabinetto di Guerra le nostre più cordiali
congratulazioni per la magnifica ed eternamente memorabile difesa che la vostra
guarnigione e i vostri cittadini, aiutati dalla Marina e soprattutto dalla R.A.F.,
stanno opponendo agli attacchi italiani e tedeschi. Gli occhi di tutta la Gran
Bretagna, anzi quelli di tutto l’Impero britannico, stanno seguendo Malta nella sua
lotta quotidiana: noi siamo certi che il successo e la gloria ricompenseranno i vostri
sforzi.
Nelle sue osservazioni sugli attacchi degli Stuka della Luftwaffe, l’ammiraglio
Cunningham scrisse:[24]
Il bombardamento in picchiata tedesco fu l’attacco più efficientemente condotto
e suscito una spiacevole sorpresa.
Esso costituisce un potente nuovo mezzo di guerra nel Mediterraneo che, senza
dubbio, ci impedirà quel libero accesso alle acque circondanti la Sicilia e Malta che
noi abbiamo fino ad oggi goduto a meno che le nostre forze aeree non siano
aumentate in maniera adeguata per contrastarlo”.
L’Ammiragliato britannico, informato del danneggiamento dell’Illustrious, il 12
gennaio, mentre era ancora in corso l’Operazione Excess, dispose di sostituirla nella
Mediterranean Fleet con la gemella Formidable che, trovandosi dislocata
nell’Atlantico meridionale, ebbe l’ordine di raggiungere Alessandria il prima
possibile, passando per il Capo di Buona Speranza. Ad Alessandria rimaneva
disponibile la portaerei Eagle. Ma essa era troppo vecchia e malandata, e in grado di
portare al massimo una ventina di velivoli; quantità del tutto insufficiente per
appoggiare i molteplici e urgenti compiti cui era chiamata ad assolvere la
Mediterranean Fleet, dovendo rifornire non soltanto Malta, ma soprattutto il fronte
greco con un continuo afflusso di convogli, e dovendo stare sempre allerta nei
confronti della flotta italiana, che pur mancando di iniziativa era pur sempre ritenuta
temibile.
[23]
Winston Churchill, La Seconda Guerra Mondiale, Volume 3°, cit., p. 1082.
[24]
AUSMM, Admiralty, “I convogli nel mese di gennaio 1941, l’Excess”, fondo Scambio
notizie con Ammiragliato britannico.
118
Purtroppo per i britannici la Formidable (capitano di vascello Arthur William
La Touche Bisset) fu trattenuta a sud del Canale di Suez, che era stato minato dagli
aerei tedeschi He.111 della 2a Squadriglia del 4° Stormo Bombardamento (2./KG.4)
decollati da Rodi, e prima che il Canale fosse dragato e liberato dalle navi che vi
erano affondate, dovette trascorrere del tempo. Soltanto il 10 marzo 1941 la
Formidable poté raggiungere Alessandria, proprio in tempo per dare il suo contributo
nella scorta di un importante convoglio diretto a Malta (Operazione MW.6), dove
arrivo il 23 marzo. Cinque giorni dopo, nella notte del 28 i velivoli Albacore della
Formidable silurarono nel Mediterraneo orientale due grandi navi italiane, la
corazzata Vittorio Veneto e l’incrociatore pesante Pola, e ciò rappresentò un elemento
determinante per il grande successo navale britannico di Capo Matapan.[25]
In conclusione la Luftwaffe, pur con un quinto degli aerei operativi che
disponeva la Regia Aeronautica, provocò più danni in due giorni (10 e 11 gennaio),
di quanti l’aviazione italiana non avesse mai fatto in sei mesi. Ciò pose in evidenza la
differenza di organizzazione e di tattiche di combattimento evolute che i tedeschi
avevano portato in un’area di operazione in cui gli italiani avrebbero dovuto essere i
più preparati, se vi fosse stata una maggiore collaborazione dell’Aeronautica e la
Marina fin dal tempo di pace. In particolare sarebbe stato necessario costruire
materiale bellico all’altezza dei tempi. Mancò, per proprio demerito, una nave
portaerei necessaria per appoggiare le operazioni della Squadra Navale, e non fu data
la dovuta importanza alle specialità del bombardamento in picchiata e degli
aerosiluranti. Si sarebbe dovuto progettare e costruire migliori strumenti tecnici di
navigazione e di armamento in primo luogo il radar, la cui mancanza fu sentita nella
Regia Marina durante l’intero corso della guerra.
Francesco Mattesini
[25]
Francesco Mattesini, Il giallo di Matapan, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1985; Francesco
Mattesini, L’operazione Gaudo e lo scontro notturno di Capo Matapan, USMM, Roma, 1998.