Oggi, forse più di qualche anno addietro, si capiscono meglio e si apprezzano figure, come quella di Paccagnini (Castano Primo 1930-1999), che hanno fatto della loro vita, ancor prima che della loro arte, un cammino fra esodo e avvento,...
moreOggi, forse più di qualche anno addietro, si capiscono meglio e si apprezzano figure, come quella di Paccagnini (Castano Primo 1930-1999), che hanno fatto della loro vita, ancor prima che della loro arte, un cammino fra esodo e avvento, per riprendere alcune suggestioni religiose care al Maestro. Un esodo dai meccanismi della società mercantile per avviarsi verso l'attesa dell'avvento di un mondo migliore: utopia che percorre come un fremito o come nostalgia tutta la vita di Paccagnini. Utopia è un posto che non c'è, ma che potrebbe esistere nel regno del possibile. E' anche l'Utopia delle grandi filosofie sociali, da quella di Platone a quella di Marx, alle quali Paccagnini è stato molto attento e sensibile. "al di là di manifesti ideologici, cari a molti compositori della fine degli anni Sessanta e dell'inizio dei Settanta, la ricerca di Paccagnini, oltre a essere una ricerca musicale rigorosa e tecnicamente efficace, è una ricerca sull'impossibilità della comunicazione tout-court e sulla possibilità di comunicare, l'ultima possibilità, che ha il nostro corpo, e con esso la nostra voce, tramite i segni di insofferenza verso il mondo contemporaneo che esso esprime" (1). Abbiamo davvero necessità di una nuova e laica spiritualità. La tematica della falsa comunicazione e del bisogno di un rinnovato rapporto fra gli uomini è tema centrale nella produzione di Paccagnini. I personaggi protagonisti dell'opera Le sue ragioni (1959, composizione dal valore storico notevolissimo, essendo il primo lavoro teatrale in ambito post-weberniano) sono delle maschere, "manichini sperduti davanti al baratro dell'incomprensione reciproca" (2). La musica di Paccagnini sembra fatta di continui naufragi nel mare del molteplice (o della multimedialità), sempre perdendosi e sempre ritrovandosi. È memoria da naufrago. Paccagnini sembra proprio aspirare, da sopravvissuto alla catastrofe della guerra, all'Utopia di una nuova condizione umana, di una rappacificata coscienza sociale. È musica utopica la sua, con quella forza che Bloch aveva già individuato nella vera Utopia. L'arte stessa è utopia , si situa ciò in un luogo che non fa parte del pensiero e del fare quotidiano, ma abita altrove, su una soglia enigmatica dove si decide del sì e del no, al confine fra senso comune e gesto straordinario che, proprio per questa sua eccezionalità, fa eccezione rispetto alle altre discipline e non si lascia facilmente imbrigliare dalle maglie del politicamente corretto. Questo confine fra il senso comune (della storia) e l'essere vocato alla forza utopica dell'arte è la stretta striscia (al confine con le terre fertili) che Paccagnini percorre. Il gesto, così importante in Paccagnini, che costruisce non rimanda solo alla techne ma anche all'episteme, indica qualcosa di ben più ampio e profondo del fare, perché di-svela la struttura, la sostanzia con l'esperire e la apre all'ascolto. In Paccagnini non c'è solo la negazione del perbenismo artistico e del politicamente corretto, nelle sue scelte c'è pure la positività della proposta di una nuova verginità del pensiero, di una purezza del fare, per approdare a un'opera innocente. Un'opera che non fugge dal Mondo, ma lo interroga e interagisce con sana ironia, una lontananza che non significa disimpegno, al contrario, rappresenta la consapevolezza dell'esserci in modo critico. La coscienza critica di Paccagnini nessuno vorrà mettere in dubbio, lui che fu essere umano molto attento al suo prossimo e agli avvenimenti sociali e storici del suo tempo.