Drafts by Vincenzo Belmonte

CENNI BIOGRAFICI. Il poeta lirico per eccellenza della letteratura albanese, oltre che per i vers... more CENNI BIOGRAFICI. Il poeta lirico per eccellenza della letteratura albanese, oltre che per i versi, affascina per la vita errabonda e travagliata. Dopo una breve permanenza nel collegio di Sant'Adriano (San Demetrio Corone) studia da autodidatta. Da un viaggio in Brasile, affrontato speranzosamente verso la metà degli anni 70 dell'Ottocento, torna in misere condizioni e con l'animo provato dalle violenze subite in carcere e in manicomio e dalla perdita dei manoscritti. In una lettera al Camarda il Serembe dà di sé, poco più che trentenne, un ritratto drammatico: "Per terribili castighi avuti da Dio… abbandonai precipitosamente il Brasile per deviare il danno. Ora è troppo tardi… Arrivo [a Livorno] da Nizza a piedi ed in uno stato che fa orrore. Vendei paletot e soprabito per vivere lungo la strada. Sono scalzo perfettamente e morente della fame… Arrossisco, ma la mia sventura non ha limiti. Finirò a scomparire come una meteora vendicandomi di tutti quelli che furono causa della mia rovina". Così lo descriverà nel 1883 Domenico Milelli: "Avevamo veduto il poeta da lontano per le vie, capellato un Assalonne 1 , giallo come un brasiliano, con dentro agli occhi una mobilità di luce strana e ce l'avevano accennato come un sognatore di visioni, una specie di Poe o di Nerval calato qui dai vicini suoi monti albanesi". Perseguitato dalla sventura e dagli uomini, psicologicamente fragile, indifeso di fronte alla malvagità del mondo, innamorato dell'amore, disperatamente religioso, animato da ardente patriottismo nei confronti sia dell'Italia che dell'Albania, estatico contemplatore della natura, inguaribile sognatore spinto dall'inquietudine a un continuo vagare: tale ci appare il poeta dalle testimonianze sue e di altri. La felicità è per lui un lontano ricordo limitato all'infanzia. La latitanza, la malattia e la morte del padre e, subito dopo, l'assassinio, per mano dei briganti, di uno zio, rimasto unico sostegno della famiglia, già dall'adolescenza lo travolgono in un turbine di sofferenze amplificate dal suo animo sensibilissimo e instabile. In vari scritti inoltre egli accenna in termini sibillini a un complotto ordito ai suoi danni dal potere politico e religioso, si sente vittima di un intrigo internazionale. Nel 1883 pubblica a Cosenza il volumetto Poesie italiane e canti originali tradotti dall'albanese. Sempre alla ricerca del riconoscimento delle sue capacità (si considera il più grande poeta albanese), ritorna in America. Nel 1895 è a New York, due anni dopo a Buenos Aires. Di qui passa di nuovo in Brasile, dove improvvisamente, in un giorno imprecisato del 1901, lo coglie la morte. OPERE. Oltre all'opera citata (tutta in italiano), del Serembe ci sono rimasti appena 2.000 versi albanesi. Sicuramente autentici sono i quasi 500 versi ritrovati tra i manoscritti conservati nella Biblioteca reale di Copenaghen e due odi. Il testo albanese della maggior parte delle poesie ci è stato invece tramandato dal nipote Cosmo Serembe (Vjershe, Milano 1926), che non ebbe scrupolo, da provetto interpolatore, di apportare numerose modifiche. Tra le opere perdute ricordiamo una Storia dell'Albania, una traduzione albanese dei Salmi e soprattutto l'immenso poema albanese L'uomo nella scena dell'Universo e al cospetto di Dio. 1 Con i capelli lunghi e folti come quelli di Assalonne, figlio di Davide (II Re, XIII-XIX).
ANTOLOGIA ARBËRESHE
This paper presents a collection of Italo-Albanian poems.
THE EXPULSION CURSE
A fresh attempt to explain the suicide of Judas and the death of Ananias and Sapphira as imagined... more A fresh attempt to explain the suicide of Judas and the death of Ananias and Sapphira as imagined consequences of an allegedly deadly excommunication.
LA MALEDIZIONE SCOMUNICATORIA
A fresh attempt to explain the suicide of Judas and the death of Ananias and Sapphira as imagined... more A fresh attempt to explain the suicide of Judas and the death of Ananias and Sapphira as imagined consequences of an allegedly deadly excommunication.
This short paper presents a fresh insight into the life and way of thinking of Zef Serembe.

Santori RAPSODIE
Francescani Riformati, vi ottenne incarichi prestigiosi, ma nel 1860 preferì ritirarsi nel paese ... more Francescani Riformati, vi ottenne incarichi prestigiosi, ma nel 1860 preferì ritirarsi nel paese natale, dove si ridusse, per vivere, a dare lezioni private e a costruire ingegnosi attrezzi artigianali. Nel 1876 ottenne l'incarico di parroco a San Giacomo di Cerzeto, ove morì nel 1894. La sua fu una vita povera di eventi, dedicata alla composizione di opere in albanese che spaziano in tutti i generi letterari e la cui importanza viene sempre meglio riconosciuta man mano che procede la pubblicazione dei manoscritti. A lui si attribuisce il merito di aver introdotto nella letteratura albanese il dramma e il romanzo. Nella presente selezione, che prelude all'edizione dell'Opera Omnia, si è inteso dare la preferenza a testi per lo più inediti o mai più ripubblicati dove è possibile rinvenire alcune tra le sue pagine più valide dal punto di vista artistico. In tal modo la pubblicazione completa delle opere religiose e teatrali e delle Rapsodie (spesso sue creazioni originali) finirà con il consacrare il valore poetico del Santori. La sua visione del mondo in compendio si può individuare nei versi del dramma Miloscino (649-653), dove l'uomo viene descritto come meteora che in aria resta accesa un attimo, poi cade in oscuro deserto, divorante sempre per rimanere ognora vuoto 2 .
F. A. Santori - RIME SPARSE
Edizione del testo albanese e traduzione italiana a cura di Vincenzo Belmonte I L CANZONIERE ALBA... more Edizione del testo albanese e traduzione italiana a cura di Vincenzo Belmonte I L CANZONIERE ALBANESE Sa hjē të kā ajo kēz! Rīn, Rīn, ō, ku vajte sot? Vjershi Maqit 1. Për dīr, për namurī shūm vjershe shkruajta, moj ndë ktë zëmër namurī së ndieta: ndë gjēll sa mbeta ndonjë kopile së ruata, e vetëm at[ë çë] dhjovasa ani rrëfieta. Qeva ndë dhē e tas me dhēn së luata 5 e ndë të mira o liga tīj s' u lajta, se, nd' atë shkurtur mot çë vasha ruata, isha paftes e mëngu ç' ishin pieta. I L CANZONIERE ALBANESE Quanto ti dona il diadema! Rina, Rina, oggi dove sei andata? Stornello di Macchia Albanese 1.

incarichi prestigiosi, ma nel 1860 preferì ritirarsi nel paese natale, dove si ridusse, per viver... more incarichi prestigiosi, ma nel 1860 preferì ritirarsi nel paese natale, dove si ridusse, per vivere, a dare lezioni private e a costruire ingegnosi attrezzi artigianali. Nel 1876 ottenne l'incarico di parroco a San Giacomo di Cerzeto, ove morì nel 1894. La sua fu una vita povera di eventi, dedicata alla composizione di opere in albanese che spaziano in tutti i generi letterari e la cui importanza viene sempre meglio riconosciuta man mano che procede la pubblicazione dei manoscritti. A lui si attribuisce il merito di aver introdotto nella letteratura albanese il dramma e il romanzo. Nella presente selezione, che prelude all'edizione dell'Opera Omnia, si è inteso dare la preferenza a testi per lo più inediti o mai più ripubblicati dove è possibile rinvenire alcune tra le sue pagine più valide dal punto di vista artistico. In tal modo la pubblicazione completa delle opere religiose e teatrali e delle Rapsodie (per lo più sue creazioni originali) finirà con il consacrare il valore poetico del Santori. La sua visione del mondo in compendio si può individuare nei versi del dramma Miloscino (649-653), dove l'uomo viene descritto come meteora che in aria resta accesa un attimo, poi cade in oscuro deserto, divorante sempre per rimanere ognora vuoto. OPERE TEATRALI Il Santori si dedicò al teatro fin da giovane, come dimostra la sua prima opera organica, la Neomènia, seguita a breve distanza dalla Clementina. A prescindere dall'Emira che merita una trattazione separata, i lavori teatrali, tutti in versi tranne il Policarpo, possono suddividersi in tre gruppi: d'amore (Neomenia, Clementina, Leucotea), storico-leggendari (Pietro Strori, Alessio Ducagino, Miloscino), di costume (La vedova avara, Sofia, Policarpo). Non si è trovata traccia di una tragedia scritta anch'essa in albanese, il Geroboamo, segnalata da Alberto Straticò. Tra i manoscritti albanesi della Biblioteca Reale di Copenaghen si conserva un melodramma (Theca V, 58) di cui il Gangale nei Kommentare non fornisce però né il titolo né la trama. Le opere qui pubblicate si basano sui manoscritti santoriani della Biblioteca Civica di Cosenza. NEOMEN'JA Lettore benigno In questo secolo, in cui tanti e sì vari sono i volumi con i quali ha voluto ciascun uomo manifestare pomposamente il suo ingegno, dimostrando la bella immensità dell'ameno giardino della ubertosa letteratura; dispersi nelle sue infinite strade, a guisa di numerosi mirmidoni, che stendono sentiero su d'una ampia spaziosa quercia; ove chi all'elsa tende e felicemente vi sale; chi ai rami piani, chi ai verticali cadenti, chi agli inclinati in alto, chi s'aggira nel tronco, ed altri finalmente cade nel suolo; tutti un piacer vario seguendo, sono non perciò partecipi di un medesimo frutto riposto o sull'interesse o sull'alloro. Veggonsi in lor mani le feconde scienze qui prestar matura frutta, là spiegarsi ancora verdeggianti 2 e altrove germogliate e cresciute a segno da prestare indizio di non potere inoltrarsino più. La Pittura, la Poesia, la Musica fanno rumore ed hanno applicato i talenti dei più nobili Signori, rese omai l'entusiasmo e lo spirito delle Città e dei Regni. La Fisica, la Chimica, la Legge, le nuove Invenzioni serpeggiano nella più grandiosa voga. La Scultura, l'Architettura, le belle arti, la razional Filosofia, sembra che a nuovo alloro non aspirano ed invidiose non si spiegano di novella palma. In un cumulo dunque così vasto di nobili ingegni, nel vastissimo pelago delle trattate idee, troppo difficile ed ardimentoso sarà l'intraprendere una straordinaria fatica ed opporsi all'immortal fama di un Tasso, alla divina gloria di un Alighieri, all'incomparabile sonorità di un Ariosto, di un Petrarca, di un Alfiero, ché i nostri dissegni, appo di questi pensieri alteri e spumosi, tronchi sariano, come i passi di Lucifero che, volendo troppo in alto salire, furiosamente giù funne precipitato. E quantunque, perché non si arrestano le scienze, potrà avvenire che un dì polverosi i loro volumi vanno in cerca della rugosa fronte di un logoro antico veglio, che con occhi malsani rumina gli annosi scartacci, e non della giovane posterità, pure ai nostri tempi non possono non essere l'oggetto stuporoso della nostra mira. Non è dunque di noi l'impresa. Adoriamoli e ci sia glorioso l'aver voluto tentare il loro cammino ed essere restati vittime di desiderio. Comprendi impertanto, illustre lettore, non esser stato mio scopo voler pompeggiare con una materia tutta nuova che avesse destato il piacere dei curiosi, ma piuttosto per dimostrare i preggi d'una favella tenuta tutt'ora come inutile e di nessun vantaggio, mentre buona parte occupa del Bisiciliano Regno ed altra pezza altrove. Mi son perciò indotto a combinare la presente operetta, qual è per altro tutta tratto di fantasia, onde restare invalido il detto di coloro che di nulla prezarono un tal Idioma. Questa mira prese ancora l'inclito giovinetto Signor de Rada, che, ancor di età fiorente ed acerba, ha dato buon saggio del suo nobile acuto ingegno con farci egli primo vedere in splendente albeggio questa favella nelle due operette pubblicate, cioè nel Milosao e nella Serafina Topia ancor seguente. E questo poi fia 3 ad immortal sua gloria, che accese l'animo nostro ed a scrivere lo indusse. Il Signor Varibobba avea dato un brevo 4 crepuscolo per gli futuri annali di questa lingua, ma l'edace tempo e la non sequela tolse parte della sua fama. Ho voluto dunque nell'esporre sott'occhio del mondo un tal Idioma aver riguardo, per quanto mi fu possibile, alla purità della favella, alla chiarezza nella connessione delle idee e dimostrar la lingua qual in sua natura è, senza alterarla con artificiosi raggiri per riuscire ottimo nell'Italiano; alla non complicazione con delle varie lettere forastiere, meno che di quelle *che+ vi son d'uopo per necessità di mezzo, senza le quali non sarebbesi punto potuto scrivere, come sarebbero la k col valore che porterebbe nella parola khaa, voce prima del tempo presente dell'indicativo del verbo mangiare 5 ; θom del verbo dire, e questa nel valore e nella compositura appartiene all'Alfabeto Greco; jym, madre. Come debbano queste ed il resto dell'alfabeto pronunziarsi, hassi bisogno assolutamente della voce del Maestro, ed ogni mio sforzo indarno spento sarebbe. Ed essendo bastante questa nozione per poter leggere almeno gli intelligenti nazionali, per ora mi arresto, serbandomi a miglior tempo e più opportuno a' miei dissegni con altra operetta dar le precise regole anco agli Italiani. Io ciò non pertanto non lascio mica di sottomettere la presente sotto quelle acute riflessioni e critiche ancora degli saggi albanesi, ove il mio intelletto non è raggiunto; anzi con il più vivace ridente desiderio gl'invito a riflettervi e far giungere le loro riflessioni nelle mie mani, acciò io possa correggere ed emendare, ove atto ne sia, e ridurre a miglior uopo col loro pro la lingua e la materia da me trattata. Ed io, mentre a tutti partecipo i più distinti ringraziamenti, caramente gli saluto, annunziando loro un'ottima, florida salute. 2 ms: verdeggiante. 3 fia = sarà. 4 brevo. Forma desueta per breve. 5 In realtà l'aspirata è resa con γh.
Edizione del testo albanese e traduzione italiana a cura di Vincenzo Belmonte
6 7 8 pages takes place. Precisely by virtue of kénōsis [exinanition, emptying, self-limitation o... more 6 7 8 pages takes place. Precisely by virtue of kénōsis [exinanition, emptying, self-limitation of the Word], in an asymmetrical relationship, if the Logos had full knowledge of the human consciousness of Jesus, the reverse did not happen: the human consciousness of Jesus only progressively and always limitedly, until the turning point of his glorification, acquired the cognitive treasure and self-awareness of the Logos, which in him acted as an infinite unconscious unveiling itself over time. Therefore, a fundamental aspect, until now disregarded, of the unsounded divine kénōsis is the ineludible need for the Logos, determined to humanize himself, to embody his message ad modum recipientis in a fallible and fallacious human culture: from the Son of the divine Father to the son of his time, imprisoned in the cultural cage of the I century Palestine.
Uploads
Drafts by Vincenzo Belmonte